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Caronte - Short Film

Caronte - Short Film

Caronte", un cortometraggio di Federica Lecce ispirato a "Inferno" di Francesco Maria Gallo. IL CORTOMETRAGGIO. Il cortometraggio di Francesco Maria Gallo, per la regia di Federica Lecce e con la straordinaria partecipazione di Nino Campisi e degli allievi del Teatro Navile, è candidato all’International Short Film Festival di Berlino (nella sezione film musicali), al BCT – Festival Nazionale Del Cinema e Della Televisione di Benevento (nella sezione short film musicali), al Sedicicorto Forlì International Film Festival e al Belo Horizonte International Short Film Festival (nella sezione shorhfilm international competition). Il cortometraggio, così come la stessa opera rock “Inferno”, si divide tra scene introspettive, in cui le anime dannate sono costrette a dover affrontare le insidie profonde del lavoro sul sé. Contrappassi e citazioni, rendono la struttura narrativa del corto più vicina all’idea di un inferno contemporaneo ma pur sempre vicina a quella del sommo poeta. "Caronte" rappresenta lo specchio psicologico nel quale ogni scelta è condannata a riflettersi: uno specchio che riflette la stolidaggine dell’uomo sull’uomo, dei figli sui figli, una natura umana non compassionevole e spietata. La lettura della storia fa riflettere ma nessuno, ancora oggi, ne trae ravvedimento. Lucifero è il concentrato di tutte le colpe dell’uomo in terra: l’inganno, che racchiude in sé ogni delitto umano. Francesco Maria Gallo traghetta il pubblico nella dura discesa agli Inferi di Dante Alighieri, ma al tempo stesso anche nell’inferno della nostra contemporaneità. IL CAST DEL TEATRO Il cast è stato realizzato grazie alla partecipazione degli attori della Compagnia Teatro del Navile e della Scuola di Teatro diretta da Nino Campisi, con la partecipazione di Antonio Ricossa. Attori in ordine di apparizione: Nino Campisi, Caronte; Lorenzo Porta, Paolo; Lavinia Angiolini, Francesca; Giulia Ribuffo, Medusa; Fabio Menis, Pier delle Vigne; Antonio Ricossa, Conte Ugolino; Cristian Cuzzola, Ulisse; Francesco Maria Gallo Lucifero & Cantante. INFERNO OPERA - ROCK "Inferno” nasce da un’idea di Francesco Maria Gallo, autore delle musiche e dei testi che si basano su una selezione di 11 canti dell’Inferno di Dante Alighieri. L'album è pubblicato dall'etichetta SanLucaSound. Nell’opera Rock "Inferno" non sfugge una critica desolata alla nostra condizione terrena nella quale confluisce la consapevolezza esistenziale persistente, ai limiti della definizione infernale. Ecco allora che l’Inferno discende alla nostra contemporaneità attraverso una sintesi teatrale, musicale e di visual art che riporta l’intero Inferno di Dante Alighieri anche all’attualità LINK La galleria fotografica Inferno Opera Rock Rassegna Stampa La Foto Gallery di Mariagrazia De Siena Caronte - Il videoclip

"Trovarsi" di Luigi Pirandello

"Trovarsi" di Luigi Pirandello

Giulia Ribuffo nel monologo di Donata Genzi tratto da "Trovarsi", commedia in tre atti di Luigi Pirandello. "Trovarsi" fu scritta da Luigi Pirandello tra luglio e agosto del 1932 . Marta Abba ne sarà l'interprete principale il 4 novembre 1932 al Teatro dei Fiorentini di Napoli. Ispirato dall’amore intenso per Marta Abba , Luigi Pirandello porterà sul palcoscenico una ricca galleria di figure femminili. Con “Trovarsi” mette in scena il dramma di Donata Genzi, attrice che ha consacrato se stessa al palcoscenico rinunciando a ogni legame sentimentale per donare al suo pubblico ogni sera la propria arte. Il prezzo che Donata dovrà pagare è quello della solitudine e della rinuncia a una vita propria. Pirandello affronta qui il tema della verità nelle relazioni umane e sociali, di cui il teatro e il palcoscenico possono essere i più autentici testimoni. Donata Genzi come attrice deve assumere sul palcoscenico l'identità dei personaggi che andrà a rappresentare dimenticando la sua vera identità e interpretando con tutta se stessa anche personaggi dalle caratteristiche opposte. «Sono ogni volta come mi vuole la parte con la massima sincerità (...) È tutta vita in noi. Vita che si rivela a noi stessi. Vita che ha trovato la sua espressione. Non si finge più, quando ci siamo appropriati questa espressione fino a farla diventare febbre dei nostri polsi… lagrime dei nostri occhi, o riso della nostra bocca…». Ma quando la commedia finisce l'attrice si ritrova sola nel camerino, e guardandosi allo specchio «non si trova più»; finita la vita del personaggio rappresentato non sa più chi essa sia. Dopo la recita, in cui si realizza un’identificazione così profondamente vissuta, viene il momento «veramente orribile»: rimane «sola a mani vuote» di fronte allo specchio del suo camerino, con la pena di «non trovarsi». Le manca una vita sua, un amore suo che la impegni nella vita quotidiana al di là del teatro e l’aiuti a sentirsi donna, a trovarsi. Il grave vuoto che avverte la induce a cercare la morte spingendo il giovane svedese Elj Nielsen a prendere con lei il mare in una notte di grande tempesta. La barca fa naufragio e il giovane riesce a portare l’attrice in salvo. Con Elj Nielsen, un giovane dallo spirito avventuroso e anticonformista, Donata, con lo slancio proprio della sua natura emotiva e sentimentale, tenta l’esperienza dell’amore. Con lui potrebbe vivere in libertà una vita intensa, lontana dal teatro al quale però Donata non potrà rinunciare. La causa del loro dissidio ha profonde radici nella sua personalità, nel suo modo d’essere attrice e donna, di amare sulla scena e di amare nella vita. Quando ElJ assiste per la prima volta a una recita di Donata ne rimane disgustato perché riconosce «ogni gesto, ogni mossa» e tutto ciò gli appare come un profanazione del loro amore, non si accorge che Donata sta recitando male, impacciata all’idea di ripetere gli atteggiamenti amorosi che ha con lui, ora che per la prima volta ha una vita «sua». Donata si com­porta nella scena proprio come si comporta con lui nell’intimità. E quando Elj fugge dal teatro, lei ha la forza di recuperare la sua sincerità e lo slancio, recitando con passione. Nella vita Donata non può essere diversa da come è sulla scena, non vuole rinunziare alla vita dell’arte. Ora non le resta che continuare a vincere sulla scena ottenendo il consenso e gli applausi del pubblico che gratifica la sua arte. Ora chiede di rimanere sola, perché «Non ci si trova alla fine che soli». Chi recita sul palcoscenico rinuncia a vivere la propria vita per aderire a un’esistenza di livello superiore. Dedicando tutta alla vita ai suoi personaggi, Donata ritrova se stessa. La commedia si conclude con Donata, che dopo essersi alzata in piedi di scatto, con le braccia aperte, dichiara: «E questo è vero… E non è vero niente… Vero è soltanto che bisogna crearsi, creare! E allora soltanto, ci si trova». Nel video: Giulia Ribuffo nel monologo di Donata Genzi tratto da "Trovarsi", commedia in tre atti di Luigi Pirandello. Bologna, Teatro del Navile - Registrato nel gennaio 2021, pubblicato su YouTube il 28 giugno 2021. Fonte: Pirandello web

L'Accademia è maggiorenne

L'Accademia è maggiorenne

di Andrea Camilleri. Tratto da Sipario, N.129, Gennaio 1957. Trascrizione e redazione di Nino Campisi. "Quando Silvio d'Amico fondò, nel 1935, l'Accademia nazionale d’arte drammatica, la tradizione gloriosissima dei "figli d'arte" andava lentamente scomparendo e le scuole di recitazione allora esistenti, private o governative, non erano certamente in grado di preparare le nuove generazioni di attori secondo una concezione moderna nei sistemi e negli intendimenti. D'Amico, fin dagli inizi della sua attività di uomo di teatro, si era preoccupato, con scritti e conferenze, di denunciare questo stato di cose, indicando proprio nella mancanza di un tipo nuovo di attore una delle cause della situazione non felice della nostra scena rispetto a quelle delle altre nazioni: d'Amico auspicava attori professionalmente preparati, colti, educati non al mattatorismo ma alla disciplina dell'insieme, consci della dignità del loro essere attori, informati sulle esperienze straniere. La realizzazione di queste idee D'Amico la conseguì appunto con la creazione dell'Accademia, che trovò sede in una villetta di piazza Croce Rossa, troppo piccola, adesso, per il crescente numero di allievi. Ora, a 21 anni di distanza dalla sua fondazione, si può serenamente affermare che almeno la metà degli attori e dei registi che hanno dato fama internazionale al nostro teatro, sono passati da quelle aule, hanno indossato la tuta marrone di lavoro. Secondo un ordinamento rimasto praticamente immutato, d'Amico volle che all’Accademia si accedesse con un rigido esame, che ai migliori allievi fossero concesse borse di studio rinnovabili di trimestre in trimestre, che i corsi, triennali, fossero due: uno riservato agli attori, l'altro ai registi, facendo obbligo a questi ultimi di seguire anche i corsi di recitazione. Alla cattedra di regia d’Amico chiamò Tatiana Pavlova, mentre i primi insegnanti di recitazione furono Irma Gramatica, Gualtiero Tumiati e Luigi Almirante: segno che d'Amico faceva opera di ammodernamento sì, ma richiamandosi alle migliori tradizioni dell'arte drammatica italiana. Da questo criterio iniziale l'Accademia non si è mai scostata; basta scorrere i nomi degli insegnanti di recitazione che si sono succeduti, oltre ai citati, dal 1935 ad oggi: Carlo Tamberlani, Nera Carini, Rossana Masi, e, ancora in carica, Wanda Capodaglio, Sergio Tofano, Jone Morino; per la dizione del verso, l'indimenticabile Maestro Mario Pelosini tenne la cattedra dal 1936 al 1950 e, alla sua morte, il suo posto fu occupato da Vittorio Gassman, ex allievo, quindi da Annibale Ninchi e, a partire da quest'anno, da Carlo D'Angelo. Alla cattedra di regìa, tenuta dalla Pavlova fino al 1938, andò dal 1938 al 1944 Guido Salvini, salvo il breve periodo in cui insegnò l'ex allieva Wanda Fabro, immaturamente scomparsa. Dal 1944 a tutt'oggi a tale cattedra si trova Orazio Costa, anche lui ex allievo. Per il trucco fu chiamato Gino Viotti, e dopo di lui altri insegnanti sono stati Francesco Sala, Nerio Bernardi, Hilda Petri; per la danza Raja Garosci, per la scherma Valentino Ammannato, per il canto corale prima Maria Labia e poi Cecilia Rocca; per l'educazione della voce Isabella De Grandis Mannucci; per la dizione l'ex allieva Alba Maria Setaccioli; per la storia della musica Guido Pannain. La cattedra di storia del teatro fu occupata da Silvio d'Amico per dieci anni, e dalle sue lezioni ebbe origine la sua vasta Storia del teatro Drammatico in quattro volumi. Poi la cattedra fu affidata a Luigi Ronga, cui sono succeduti Achille Fiocco prima e Niccolò Gallo dopo. I frutti di un così qualificato corpo di insegnanti, le cui lezioni erano unitariamente coordinate dall'indirizzo impresso da d'Amico, si cominciarono a constatare già dall'estate del 1937 quando, nel centenario di Giotto, la Accademia mise in scena all'aperto un Mistero della Natività, Passione e Resurrezione di Nostro Signore, ricomposto da D'Amico su laudi del XIII e XIV secolo, con regia della Pavlova e scene di Virgilio Marchi, insegnante di scenotecnica e storia del costume. Fu un successo memorabile, che doveva rinnovarsi nel 1938-39, allorchè l'Accademia fece un giro artistico a Roma, Milano, Ginevra e Lugano con Re Cervo di Gozzi messo in scena da Sandro Brissoni, Urfaust di Goethe da Wanda Fabro, La Pesca di O'Neill da Riccardo Aragno (poi passato brillantemente al giornalismo) e Questa sera si recita a soggetto di Pirandello da Ettore Giannini. Le impressioni che questi spettacoli suscitarono possono essere sintetizzate in una frase del critico del Journal de Genève : «Se Copeau si fosse trovato ieri alla Comédie, credo che avrebbe pianto di gioia». Ma la consacrazione unanime si ebbe nel 1940, quando d'Amico formò e diresse quella «Compagnia della Accademia» che fu un altissimo esempio di stile e di intelligenza. Diamo un'occhiata ai registri: Antonio Battistella, Alberto Bonucci,Tino Buazzelli, Manlio Busoni, Vittorio Caprioli, Leonardo Cortese, Antonio Crast, Giorgio De Lullo, Gabriele Ferzetti, Vittorio Gassman, Renzo Giovampietro, Nino Manfredi, Glauco Mauri, Marcello Moretti, Paolo Panelli, Antonio Pierfederici, Gianni Santuccio, Giancarlo Sbragia, Mario Scaccia, Gianrico Tedeschi, Aroldo Tieri... Apriamone un altro: Edda Albertini, Edmonda Aldini, Stella Aliquò, Marina Bonfigli, Flora Carabella, Miranda Campa, Giusi Dandolo, Elena Da Venezia, Rossella Falk, Giovanna Galletti, Fulvia Mammi, Anna Miserocchi, Ave Ninchi, Lea Padovani, Bice Valori... Un altro ancora: Flaminio Bollini, Alessandro Brissoni. Adolfo Celi, Orazio Costa, Mario Ferrero, Claudio Fino, Ettore Giannini, Mario Landi, Luciano Mondolfo, Vito Pandolfi, Luciano Salce, Eugenio Salussolia, Ottavio Spadaro, Luigi Squarzina, Pietro Masserano Taricco... L’elenco potrebbe continuare, ma rischierebbe di diventare una copia di un annuario teatrale. Abbiamo scelto solo nomi notissimi al gran pubblico del teatro, del cinema, della radio, della televisione. Ce ne sarebbero altri da aggiungere, di giovani o meno giovani, i quali si affermano ogni giorno di più. Basterebbe solo questo elenco a dimostrare l’attivo dell'Accademia, ma in verità l’importanza dell'Accademia trascende l'opera svolta singolarmente da ognuno dei suoi ex allievi nell'ambito del teatro. Il merito dell'Accademia consiste anche, e forse soprattutto, nelle nuove energie che ha saputo, direttamente o indirettamente, suscitare, nelle iniziative che ha promosso, in alcuni esemplari spettacoli impensabili senza l'apporto dei suoi attori e dei suoi registi (il mirabile Poverello di Jaques Copeau messo in scena da Orazio Costa a San Miniato ne fu un lampante esempio), nel rinnovamento che ha portato sulle scene, fatto di dignità, rigore, intelligenza e cultura, nell'aver favorito l'avvento di nuovi autori, di nuovi organismi teatrali. Tanto per fare un esempio, i Piccoli Teatri non avrebbero potuto sorgere e prosperare senza il fertile terreno preparato dall'Accademia. Il sempre maggiore interesse che l'Accademia suscita presso i giovani aspiranti attori di tutte le parti d'Italia, è meglio dimostrabile con le cifre che con le parole. Dal 1935 al 1945 si iscrissero, complessivamente, all'Accademia 79 registi e 422 attori. Dal 1945 al 1956 gli allievi ammessi sono stati 312, i diplomati 109. Bisogna però tener conto che non tutti gli allievi si diplomano, alcuni preferiscono entrare in arte prima del termine dei corsi. Di contro, le domande di ammissione sono state, dal 1945 al 1956, ben 1053, toccando la punta massima nel 1953-54 con 166 domande, delle quali solo 35 accolte. Dal dopoguerra, la punta massima di attori diplomati si è avuta nel 1955-56: 18. Anche questa cifra è significativa, dimostrando come soltanto gli allievi più selezionati raggiungono il traguardo finale; la maggior parte preferisce abbandonare dopo aver saggiato la severità, il rigore degli studi. I quali, come si è detto, si dividono in due corsi. Per gli attori, dalla educazione della voce, dagli esercizi di mimica e di dizione, si arriva gradatamente alla recitazione di piccole scene, improvvisate su tema obbligato, e quindi alla vera e propria interpretazione di autori moderni e classici. Nei saggi pubblici di recitazione, che ordinariamente si svolgono nello «Studio Eleonora Duse» di Via Vittoria gli attori, con scenografie sommarie, ma perfettamente truccati e abbigliati, rappresentano, con la guida dei loro maestri, brevi scene da commedie. Per gli allievi registi, il cui corso triennale comprende anche l'insegnamento particolare della storia del teatro, della storia della musica, della scenotecnica e della storia del costume, le lezioni di regia sono teoriche e pratiche. Nei saggi di regia, l'allievo di secondo anno mette in scena lavori non superiori a un atto; l'esame di diploma comporta invece la regia di opere drammatiche in più atti, in un normale teatro, con l'impiego dei colleghi attori. Tutti i principali autori di ogni secolo o tendenza si può dire siano stati rappresentati nei 21 anni di vita dell'Accademia. Già fin da ora fervono le prove all'Accademia, che di d'Amico adesso porta giustamente il nome e della quale Raul Radice fu nominato, poco prima della morte di d'Amico, Direttore e attualmente è commissario straordinario con poteri di Presidente, dei tre saggi di regìa che il pubblico e la critica romana saranno chiamati a giudicare fra qualche mese. Wilda Ciurlo, la prima allieva regista che si diplomi dal 1938, anno in cui Wanda Fabro diede il suo saggio finale, curerà la regìa di Nostra Dea di Bontempelli. I due gemelli veneziani di Goldoni eTurcaret di Lesage, saranno rispettivamente messi in scena da Giuseppe Borrelli e Mario Missiroli. Intanto gli allievi registi di secondo anno studiano già gli atti unici che dovranno presentare come saggi. Abbiamo voluto chiedere alla allieva regista del primo anno, Giuliana Ruggerini, laureata in legge, che cosa pensasse dell'Accademia. Ci ha risposto: «Si sa che per l'esercizio di una professione non basta la preparazione teorica, e forse questo è il problema più grave che si pone attualmente in campo scolastico; d'altra parte all'università, per esempio, non si diventa oggi né medici né avvocati, tutt'al più si impara qualcosa di diritto e di medicina e l'addestramento pratico alla professione si fa dopo, fuori, a spese dei clienti. Ho visto invece nell'Accademia una scuola capace di contemperare gli insegnamenti teorici con gli insegnamenti e le prove pratiche. E, adesso che la frequento, mi piace considerarla, come un vero banco di prova, dove sia possibile anzitutto far esperimento delle proprie capacità ». È intervenuto a questo punto Gian Carlo Dettori, allievo attore di terzo anno, che il pubblico milanese ha avuto modo di conoscere al «Convegno» di Enzo Ferrieri. Dettori si è voluto rifare a recenti polemiche sorte intorno all'Accademia, per controbattere alcune «osservazioni fatte all'indirizzo dell'Accademia, fra cui risalta l'appunto secondo il quale gli attori dell'Accademia e soprattutto i Maestri, che in essa insegnano, non ricercano negli allievi le due linee di interpretazione, che in genere un attore dovrebbe avere, e cioè: quella drammatica e di poesia e quella comica e brillante del teatro borghese. Io personalmente non ho mai capito come si possa cadere in questo errore di valutazione nel giudizio. È evidente che spesso i giovani attori hanno una spontanea predilezione per il drammatico, e nel mio caso era proprio così: all'inizio dei miei studi credevo assolutamente di non riuscire nel comico. La prova che i nostri maestri indirizzano anche in quel senso sta nel fatto che io quest'anno reciterò come saggio di chiusura dei tre anni di corso, un testo comico, sempre si intende di un vero teatro di poesia: I due gemelli veneziani di Goldoni. È chiaro che questa non è che la conclusione di uno studio relativo, e non una improvvisazione accademica». «Un'altra esperienza fondamentale in Accademia — ha aggiunto l'allievo Antonio Meschini, anche lui del terzo anno — è il rendersi conto dei rapporti che intercorrono fra attore e regista. Il nostro lavoro è sempre lavoro di collaborazione e di intesa, e quindi di avvicinamento alle idee altrui, e nel medesimo tempo, allenamento inteso nel senso moderno della parola». «Uno dei meriti dell'Accademia, e non l'ultimo — ha tenuto a sottolineare Borrelli, che aveva appena terminato le prove di I due gemelli veneziani— è nella possibilità data a tutti gli allievi, in base al particolare ordinamento scolastico, di estrinsecare, di comunicare agli altri, fin dai primi giorni di studio, tutta la propria personalità in evoluzione (o no), cosicché al corpo insegnanti, ma più precisamente a tutta la collettività Accademica, è reso possibile cogliere più o meno nel vivo il senso di evoluzione e di perfezionamento in atto in ognuno dei giovani allievi, così da individuarne il giusto, o più valido, senso artistico, o la sua possibilità, e indirizzarlo verso uno studio per una conclusione o definizione la più probabile. In definitiva l'allievo studia in una comunità, nel suo complesso tecnica, e ne subisce certamente l'influsso, senonché, a conti fatti, l'Accademia pur restando nei propri schemi, nei propri metodi, ormai sperimentati a sufficienza, finisce con l'essere essa stessa influenzata, determinata, di volta in volta, dalle varie espressioni dei singoli e della comunità. Questo è, secondo me, un punto fondamentale nell'ordinamento di questa scuola d'Arte. E voglio precisare ancora che ciò che io ho creduto di notare non avviene solo in virtù di un metodo — sebbene questo esista ed è la cosa fondamentale — bensì la mia è una impressione conclusiva basata sull'esperienza diretta. Avendo ora vissuto personalmente questa esperienza, mi sarebbe difficile specificare meglio come tutto ciò avvenga, come possa stabilirsi questo «senso d'arte» e di responsabilità». Questa «moderna scuola nazionale di arte scenica», quel «centro che fosse di preparazione insieme tecnica e culturale» (sono parole di d'Amico), trova, nelle parole dei suoi allievi attuali, la ragione della sua necessità, l'affermazione della sua indiscutibile validità. Andrea Camilleri Tratto da Sipario, N.129, Gennaio 1957. Trascrizione e redazione di Nino Campisi. Andrea Camilleri giunge alla popolarità dalla fine degli '90 grazie alla serie televisiva di Rai 1 "Il commissario Montalbano", dopo una grande carriera di regista e insegnante. Come regista teatrale debutta giovanissimo nel 1942. Nel 1944 si iscrive alla facoltà di Lettere e Filosofia a Palermo, ma non consegue la laurea. Nel 1945 pubblica racconti e poesie ed è tra i finalisti del Premio Saint Vincent. Nel 1949 viene ammesso, unico allievo regista per quell'anno, all'Accademia nazionale d'arte drammatica, e si diploma nel 1952. Da allora mette in scena come regista più di cento opere, soprattutto di drammi di Luigi Pirandello. Pubblica racconti e poesie, vincendo anche il Premio Saint Vincent. Alcune sue poesie vengono pubblicate in un'antologia curata da Giuseppe Ungaretti. Scrive i suoi primi racconti per riviste e per quotidiani come L'Italia socialista e L'Ora di Palermo. Nel 1958 è il primo a portare Samuel Beckett in Italia con "Finale di partita"che debutta al Teatro del Satiri di Roma, e cura una versione televisiva con Adolfo Celi e Renato Rascel. A Camilleri si devono anche le rappresentazioni teatrali di testi di Ionesco (Il nuovo inquilino nel 1959 e Le sedie nel 1976), Adamov (Come siamo stati in prima assoluta in Italia nel 1957), e i poemi di Majakovskij nello spettacolo Il trucco e l'anima. Camilleri ha insegnato al Centro sperimentale di cinematografia di Roma dal 1958 al 1965 e poi dal 1968 al 1970; è stato titolare della cattedra di regia all'Accademia nazionale d'arte drammatica dal 1977 al 1997. Inoltre ha scritto per il teatro su riviste italiane e straniere (Ridotto, Sipario, Il dramma, Le thèâtre dans le monde). Nella foto: Lo scrittore, sceneggiatore, regista, drammaturgo e insegnante italiano Andrea Camilleri intento a leggere, seduto sul divano preferito della sua abitazione. Roma, 1998.

Il gesto eroico di Antigone

Il gesto eroico di Antigone

di Maria Antonietta Adamo. "E tutta quell’infanzia che non ebbi,
mi giunge come in onda d’allegria
chi fui è un enigma
chi sarò è visione
chi sono è ciò che sente il cuore" Con questi versi di Pessoa si potrebbe rappresentare la figura di Antigone e riassumerne il destino. Era appena una bambina spensierata nella sua reggia a Tebe quando un’indicibile verità squarciò il velo della realtà e un’ immane tragedia si abbatté e travolse la sua famiglia: il re Edipo, colui che la piccola amava e venerava come padre, era anche suo fratello! Edipo aveva sciolto l’enigma della Sfinge, osando sfidare la divinità che, per vendetta, lo aveva spinto a consumare l'inconsapevole incesto con la propria madre Giocasta generando quattro figli, tra i quali Antigone. Sotto gli occhi di questa bambina si compie la vendetta del Fato: la madre non regge al dolore ed alla vergogna e si dà la morte; Il padre/fratello si acceca con le sue stesse mani quasi a voler cancellare, almeno dalla vista quell’abominio. La crudele scoperta fa scempio dei suoi affetti, le viene strappato il tempo dell’infanzia: cresce in fretta Antigone, indossando l’abito di una lunga intimità con il dolore ma, nel contempo, cresce in lei l’amore. Il padre, ormai cieco e folle, abbandona la reggia per una vita raminga, esule migra dalla sua terra se non riesce a migrare dal suo dolore. Antigone, senza esitare, sceglie di restargli accanto e lo accudisce e lo accompagna nel suo itinerario peregrino, sino alla morte, dinanzi alle soglie della reggia di Colono, in Attica. La legge del cuore governa i passi di questa fanciulla anzitempo assennata. Alla morte del padre, ritorna alla reggia di Tebe ove governa lo zio Creonte.
E, ancora una volta, la sorte la inchioda ad una scelta difficile: i suoi due fratelli sono morti in una guerra fratricida e Creonte, il sovrano interprete fedele del potere, impone che solo uno dei due, Eteocle, possa avere gli onori della sepoltura. L’altro, Polinice, reo di aver combattuto contro la patria, dovrà restare insepolto sulla nuda terra alla mercé di avvoltoi e sciacalli. Antigone non ha esitazioni, la sua coscienza la guida a sfidare il potere della tirannia pur quando si manifesti con leggi scritte. Sceglie la disobbedienza nel nome della legge eterna ed immutabile della pietas, dell’amore che sa ciò che è bene come un marchio sul cuore. Accompagna il corpo del fratello alla sepoltura, strappandolo all’infelice condizione di non vivo-non morto e consentendogli così di varcare la soglia del passaggio. Con fierezza è pronta a soccombere alle leggi della violenza e della sopraffazione, ma vince sul tiranno che la condanna a morte, con la sua purezza ed innocenza. Finirà i suoi giorni in un antro nella solitudine e nell’abbandono, lei sì senza conforto e sepoltura. Un archivio di memorie è il suo struggente e poetico testamento di fragilità e forza d’animo: il gesto eroico di una giovane donna che si trasforma in un atto politico individuale e collettivo. Maria Antonietta Adamo Nella foto: Lytras Nikiforos - Antigone e Polinice.

Antigone - Poesia contro la tirannia

Antigone - Poesia contro la tirannia

di Nino Campisi. Apparso con un eclatante successo sulle scene francesi nel 1932 con l’Hermine (ispirato a Delitto e castigo di Dostoevskij), anche Jean Anouilh, dopo Gide, Giradoux e Cocteau, si dedica alla riscrittura della tragedia antica e fa dell’Antigone una tragedia moderna reinterpretando il mito greco. La storia è sostanzialmente quella di Sofocle ma con i riferimenti temporali attualizzati a un’epoca contemporanea. Antigone diventa così una eroina dei tempi moderni che rifiuta ogni compromesso e si oppone alle ragioni del potere, qualsiasi esse siano, che sacrifica la sua giovinezza per un ideale. Se è vero, come suggerisce Mario Trombino, che il mito della tragedia è universale, mentre la Storia ci parla di eventi particolari, è anche vero che la tragedia nel suo essere universale parla anche di noi, qui e ora. Anouilh con la sua Antigone parlava soprattutto ai suoi contemporanei. Rappresentata nel 1944 al Théâtre de l’Atelier per la regia di André Barsacq, in una Parigi ancora occupata dai tedeschi, l’Antigone di Anouilh suscitò reazioni contrastanti. Gli opposti inconciliabili di Antigone e Creonte, rappresentati sulla scena di un teatro freddo e male illuminato, scatenarono la polemica di un dialogo impossibile tra collaborazionisti e resistenti. Di fronte a quel tentativo di attualizzazione della tragedia bisognava schierarsi, e uscire alla scoperto, dichiararsi a favore o contro l’esercizio dispotico del potere. I collaborazionisti videro in Creonte il rappresentante di un realismo politico che non si preoccupava della moralità, e nell’Antigone una "terrorista" votata a un sacrificio inutile e addirittura controproducente. Al contrario, i resistenti videro in Antigone la figura dell’eroina che con il suo sacrificio trionfa sul tiranno. Gli impermeabili di cuoio nero con cui Barsacq aveva vestito le guardie, fortemente somiglianti a quelli della Gestapo, comunque non lasciavano dubbi. E anche se il testo, presentato alla censura nel 1941, aveva ricevuto il visto delle autorità tedesche, Barsacq fu convocato d’urgenza dall’ufficio della propaganda tedesca per chiarimenti. Gli fu intimato di sospendere le repliche dello spettacolo. Non fece in tempo a ubbidire, infatti il 13 agosto del 1944 tutti i teatri parigini furono chiusi. Gli americani erano sbarcati in Normandia. Una settimana dopo Parigi era già libera. Antigone, dunque, è un’opera del periodo buio, scritta nel momento in cui la Francia subisce la sconfitta dalle armate naziste e cade sotto l’occupazione tedesca. Nel 1942 Anouilh vive a Parigi, una città militarmente occupata dopo la sconfitta del 1940 e l’armistizio. La Terza Repubblica è stata abolita e rimpiazzata dallo Stato francese sotto la guida del maresciallo Pétain. La Francia è divisa in più parti. Mentre lavoravo alla regia ripercorrevo i tragici avvenimenti di quegli anni, dalla disfatta di Dunkerque nel 1940, all’attentato contro il futuro primo ministro Pierre Laval, ad opera di Paul Collette, il 27 agosto del 1941. Il carattere eroico e sacrificale della resistenza, colto nella sua genesi, in quel gesto apparentemente isolato di Paul Collette, che metteva a nudo la disperazione e lo sbandamento in cui era precipitata la Francia, aveva ispirato Anouilh nel riscrivere la tragedia, attualizzandola. E a dire di no, e a immolarsi al sacrificio è l’Antigone. Ma già nel personaggio e nelle ragioni del tiranno Creonte, si potevano riconoscere sia il dittatore contemporaneo sia le spietate leggi del nuovo stato. Nino Campisi Nella foto: Creonte e Antigone interpretati da Jean Davy e Monelle Valentin. Parigi, Théâtre de l’Atelier, 1944.

Antigone di Anouilh

Antigone di Anouilh

L’Antigone di Jean Anouilh è l’opera nella quale l’autore realizza nel clima del più ardente modernismo il teatro leggendario e mitico dell’immortale lezione antica. di Lorenzo Gigli
Tatto da Il dramma, anno 22, 1 marzo 1946.
Trascrizione e redazione di Nino Campisi. Jean Anouilh è una rivelazione del 1932: la sua commedia L'Hermime, al Teatro dell'Oeuvre, lo trasse di colpo dall'o­scurità. A noi egli giunge con Antigone, la sua stazione prov­visoria, il suo trampolino per domani. Tra questi due capo­saldi si dispiegano sei o sette commedie, di varia fortuna, che costituiscono un repertorio originale e classificano Anouilh ad un posto d'onore nella nuova drammaturgia di Parigi. Oggi egli ha suppergiù trentacinque o trentasei anni (è nato a Bordeaux), ha tatto collezione di successi, e di un paio di tonfi; s'è sentito dichiarare dalla critica una genea­logia che parte da Sofocle, passa per Marivaux e arriva a Shaw, a Pirandello e a Giraudoux, e non rifiuta nulla, né ascendenti lontani né maestri prossimi, anzi protesta la pro­pria fede nei loro insegnamenti perché in lui non c'è stoffa d'ingrato. Giraudoux è sui suoi altari non meno dei tragici antichi, Siegfried lo incantò ch'era ancora adolescente. Si è parlato per Anouilh di istinto del teatro. Nato bravo, insomma, distinguibile tra i pochi chiamati per il suo dono nativo - peccato di giovinezza - di sciogliere bruscamente o brutalmente i più complessi problemi di psicologia e di società. Hermine L'Hermine è quasi un programma, una tesi. Scandalizzò, e divenne famosa, la battuta del protagonista, ragazzo po­vero, che vuol preservare ad ogni costo il proprio amore dalle necessità meschine, dalla mediocrità e dalle umiliazioni. “Il mio amore è troppo puro per poter fare a meno del denaro... Voglio circondarlo con una barriera di denaro... ». Codesta barriera egli la costruisce con un delitto. E il dramma, «desinit in piscem», darebbe nel giallo se non tosse il grido finale della donna per cui il ragazzo è giunto a tanto. Comunque, la sorpresa fu tale — la sorpresa d'un ritorno ro­mantico nel clima intellettualistico o cinico del teatro del­l’immediato anteguerra — che il nome d'Anouilh corse da un giorno all'altro i «boulevards » e le redazioni, e l’autore, ieri ignoto, fu portato sugli scudi. Ultimo della generazione tra due guerre, Anouilh, influenze scontate, non somiglia a nes­suno. Lavora sul mito della dolce Antigone sofoclea, sintesi delle più alte qualità morali della donna d’ogni tempo, e ne ricava un modello aggiornato di eroina del dovere fino al sacrificio e della libertà in opposizione alle terree esigenze della politica e della ragion di Stato. Poesia contro la tirannia Creonte è il tiranno di sempre, Antigone l'ideale e la poesia. Che un'antitesi simile si possa porre nell'Europa lacerata da tanti orrori e premuta da tante angosce, è giustificato dal prezzo ch'essa ha pagato per salvarsi: milioni di Antigoni s'immolarono per servire i supremi valori umani, e resero possibile la sconfitta, sul piano spirituale prima che su quello militare, di spaventose dottrine materialistiche am­mantate di “realpolitik” e di filosofia arbitrante tra la verità e il suo contrario. Ma l'averla posta può significare che la letteratura di Anouilh è ad una svolta, e non la sua soltanto: e che bisognerà cominciare a dare alle folle uscite a salvamento dalla catastrofe, e tuttavia percosse e attonite e non convinte che il peggio sia passato e tutto non debba venir rimesso in giuoco, altre formule e altri paradigmi, i quali tengano conto dell'esperienza storica di due gene­razioni e postulino la necessità della tragedia nel teatro dell'ordine nuovo. Prima dell’Antigone Quello appena di ieri (l’Anouilh del '33-39, “Man­darine”, “Y’ avait un prisonnier”, “Le voyageur sans bagages”, “La Sauvage”, “Le rendez-vous de Senlis.”..) sgretolava dal di dentro l'edificio conservatore e borghese contro il quale s’era esercitata per diverti­mento, a fior di pelle, la commedia scettica del prin­cipio del secolo, scimmia allo specchio che rideva di sé. E' chiaro che ormai, a crollo in atto, i mezzi non possono essere che rapidi e radicali, l'amarezza e il sarcasmo non bastano più. Si tratta di chiedere i conti, anche se tutti dobbiamo pagarli, senza discrimi­nazioni: di mettere ogni classe davanti alle proprie responsabilità. Se qualcuno trova che Creonte ha ra­gione, lo dica. Già gli Dei dell'Olimpo lo punirono per la sua disumanità e gli riempirono la casa di cadaveri. E Sofocle lo confina contro una muraglia che non crolla, perché la puntella lo spirito: da mi­gliaia di anni vi si fracassano la testa i despoti, i guerrieri, i conquistatori, i carnefici; e si ritorna sem­pre da capo. Da un teatro di rivolta, un teatro di fatalità. Il ciclo si chiude, anche se non crediamo ai ricorsi del Vico. Si torna alla lezione antica, alla leggenda e al mito. Euridice e Antigone sono i due titoli ultimi di Anouilh. Antigone Antigone, o il diritto di dire no. Quanti fratelli d'Antigone nel mondo appena uscito dal bagno di sangue! I Creonti sono caduti dai piedistalli, ma il loro fiato avvelena tuttora la terra. «Si chiama An­tigone, e bisogna che reciti la sua parte sino in fondo... ». Buon per noi ch'essa non diserti, che tenga la consegna, anche se spoglia di quegli attributi di maestà e di decoro che l'antichità dava alla donna: alta, eretta, bellissima, come le eroine d'Omero. L'An­tigone di Anouilh è diversa, è una magrolina ner­vosa, un po' stramba, che nessuno in famiglia prende sul serio: ma all'ora giusta come si ergerà sola con­tro il tiranno in nome della persona umana! Ismene, sua sorella, invece, è un altro tipo, diversa, bionda, esuberante, felice di vivere. Eppure Emone, il figlio di Creonte, s'è innamorato di Antigone, vuole sol­tanto Antigone, e quand'essa viene condannata de­cide di morire con lei. Tutta materia che è nella tra­gedia greca (precisiamo: in Sofocle; perché Euripide complicò e romanzò a suo talento il mito e fece vi­vere Antigone e comparire poi un figlio di lei e di Emone: proprio quel figlio non nato di cui discorrono insieme i due fidanzati in una delle scene più belle di Anouilh); la materia è dunque quella della tra­dizione. Anouilh accetta Antigone dalle mani di So­focle, rompe l'atmosfera intorno con qualche venti­cello di ironia e di anacronismo, modernizza tuniche e pepli, ma lascia incorrotta l'anima. Antigone re­spira col grande soffio classico. E' viva nella figura tradizionale, la femminilità incarnata, e quando si appresta a morire il cuore quasi le manca, e il rim­pianto di ciò che lascia e non vedrà più, da Emone ai fiori e al suo piccolo cane, la tiene. Un'eroina umana, non una superdonna. E sbagliò l’Alfieri che la mandò alla morte altera e sdegnosa, e cadde nel falso per esaltarla oltre misura. Eroina d'un'altra tempra e d'un altro metro, meno giovane di quella di Anouilh, che appunto adopera la giovinezza come arma - l’ingenuità, il candore, la fede della giovinezza - e vince morendo. Né si faccia conto esagerato dell'ammodernamento anouilhiano del mito. Creonte in abito da so­cietà, Antigone in bianco coi lunghi guanti neri. Isme­ne abbigliata e profumata da Chanel, sono espedienti che non ingannano: la parodia non esiste, neppure nel dialogo delle guardie della reggia, forse prolisso per il nostro gusto (sarebbero bastate quattro bat­tute, un paio d'allusioni; così com'è, cade nel ba­nale, strappa risatine a buon mercato). Il pericolo, se mai, è un altro. Che si equivochi sul significato del sacrificio di Antigone, che lo si sottragga in as­soluto alla «pietas » per renderlo all'individualismo ostinato e orgoglioso della protagonista. La scena tra lei e Creonte dopo l'arresto è una chiave a molti denti, difficile ingranarla bene. Creonte nel proibire di dar sepoltura al cadavere di Polinice ha obbedito alla propria coerenza di despota, che identifica con l'interesse personale le leggi e la patria. I motivi ai quali egli ricorre per smontare la resistenza di An­tigone sono quelli eterni di tutte le tirannidi: bisogna prendere atto della realtà, accettarla com'è, inserirvisi, non vale la pena di opporsi, in nome di con­cetti astratti, la libertà non esiste, la giustizia è una farsa, l'uguaglianza un trucco, ecc. ecc. Cerca di­ dimostrarlo alla sconsigliata, vuol dargliene le prove: Polinice era un fior di mascalzone, non credeva in nulla, spregiava quegli ideali per i quali Antigone vorrebbe morire. La rivelazione la colpisce, ma non la ferma. «Siamo di quelli che vogliono andare tino in fondo » — dice pensando a suo padre Edipo — «fin dove non resta più la minima possibilità di spe­ranza. Siamo di quelli che le saltano addosso, quando la incontrano, alla vostra speranza, alla vostra cara speranza, alla vostra sporca speranza ». E va a mo­rire perché sia salva almeno la personalità umana. E tutti sono ora in pace, commenta il coro, «tutti quelli che dovevano morire sono morti. Quelli che credevano una cosa e quelli che credevano il con­trario. Anche quelli che non credevano niente e si sono trovati coinvolti nella faccenda senza capire niente. E quelli che ancora vivono incominceranno dolcemente a dimenticarli e a confondere il loro nome. E' finita... ». Davvero non sapremmo vedere nel rifiuto di An­tigone di adattarsi alla pessima morale del tiranno un irrigidimento paradossale della sua coscienza. Dalla «pietas » essa ripiega forzatamente sulle intime esigenze della sua morale individuale, e respinge la mediocre felicità che le viene offerta, anche a costo di sembrare assurda. Il conflitto non potrebbe avere soluzione diversa. Antigone sarebbe Antigone anche se Creonte avesse ragione. Anouilh gliela dà? Non ultimo coefficiente per giudicare è la data della tra­gedia, scritta sotto l'occupazione tedesca, nel terri­bile anno '44, quando i Creonti e i loro complici im­peravano ancora su tre quarti del continente. Comunque non è questa la risposta che c'inte­ressa; e neppure ci interessa la scala dei valori filosofici che la tragedia esprime. Il terzetto Anouilh - Camus - Sartre, che rinnova le atmosfere del teatro francese, sta alle teoriche dell'esistenzialismo come il teatro di Pirandello stava a quelle del relativismo. Mode che passano, la nuova scaccia l'antica, ogni generazione ha la sua. I Sei personaggi vivono per altri motivi, non sono acquisiti alla storia della filo­sofia, ma alia storia dell'arte. Come “Le Malentendu”, come “Huis dos”, come “Antigone”. La commozione che prende il lettore alle ultime scene ha radici poe­tiche, tocca sentimenti profondi. Il merito di Anouilh è qui, in questo risultato ultimo, che supera ogni dialettica ed ogni equivoco. Egli personifica in Anti­gone e in Creonte — un Creonte che ha letto Hegel — i due termini di un contrasto che non sarà mai risolto. E se alla sua tragedia manca Tiresia, il veggente, si è che la sua profezia sarebbe superflua. Ma la giovinetta Antigone, tenuta per mano da un poeta, è il vero messaggio di Anouilh: un messaggio di grazia e di dolcezza, da giustificare il ricordo delle parole di Shelley: «Ciascuno di noi, in una vita an­teriore, ha amato un'Antigone ». Lorenzo Gigli Tatto da Il dramma, anno 22, 1 marzo 1946. Trascrizione e redazione di Nino Campisi Image: Antigone - Enzo Frateili, 1946 (Particolare) - Immagine di copertina - Il Dramma 01.03.1946

Shadowgram e il cuore pulsante della Black America

Shadowgram e il cuore pulsante della Black America

"Shadowgram" di Augusto Contento è un film sulla memoria degli afroamericani che vivono negli Stati Uniti. Il documentario racconta i desideri, i sogni, le battaglie quotidiane degli afroamericani del South Side di Chicago. Il film è stato recentemente trasmesso su RaiStoria, all'interno del prestigioso programma Documentari d'Autore. Vincitore del Visioni dal Mondo Film Festival 2017 e presentato in anteprima mondiale al Montreal Festival du Nouveau Cinéma e all'Arlington, Boston Film Festival, il film ha ottenuto l'Alto Patrocinio dell'UNESCO - La Via degli Schiavi e il supporto dell'Alto Commissariato dei Diritti dell'Uomo nel 2017. Nel 2019, col Comune di Milano, il film è stato presentato all'interno dell'evento "La bellezza che salva: Milano-Chicago, ponte di bellezza solidale A 50 anni dall'abolizione delle vergognose leggi di Jim Crow, cosa è cambiato? Qualcosa è davvero cambiato? Chi si ricorda com'era? Qual è oggi l'evoluzione della comunità afroamericana? Le loro speranze, i loro sogni, la loro volontà? Partendo dalle indagini svolte nel South Side di Chicago, ancora una delle regioni statunitensi più difficili per gli afroamericani, Shadowgram cerca di rispondere a queste domande, e a scoprire speranze, opportunità e possibilità nell'America di oggi. Il film presenta uno spaccato di persone - uno psichiatra, un amministratore, un insegnante e un artista hip hop per citarne alcuni -, che ricordano la loro infanzia, riflettono sulle speranze delle generazioni passate e sulla loro influenza sulla vita quotidiana attuale . Si ascolta la loro voce, senza mediazioni giornalistiche. Il cuore pulsante della Black America ha tante cose da dirci, ma poco della loro cultura e pensiero ci arrivano se si escludono i reportage istituzionali, e le loro imprese nello sport, e nella musica. Gli attuali cambiamenti sociali in essere in Italia e nell'Europa intera, rendono particolarmente delicata la tematica dell'integrazione sociale e dell'eguaglianza dei diritti. Shadowgram diventa quindi perfetto strumento di analisi della nostra contemporaneità. "Augusto Contento - scrive Giampiero Raganelli su quinlan.it - si conferma un ritrattista di geografie umane in un contesto urbano che aveva già esplorato nel suo precedente lavoro Parallax Sounds. Il suo occhio è quello di un esploratore che perviene a realtà scomode. Qui, rispetto al Brasile, siamo in una situazione dove l’etnia è omogenea, composta esclusivamente dalla popolazione di colore, tanto che un bianco in questi luoghi risulterebbe come un qualcosa di estraneo, che verrebbe identificato subito come legato a traffici di droga o al malaffare. Ma quello che esplora la macchina da presa di Augusto Contento non è comunque una monocultura. Gospel, canti, cori, danze, folkloristiche rappresentazioni sacre, balli, spettacoli popolari, spettacoli voodoo con personaggi vestiti da scheletri e luci stroboscopiche. Tutte espressioni di una cultura che si è ibridata in vari modi e in tempi diversi con quella americana e occidentale" “Il razzismo non riguarda il colore della pelle, riguarda il potere, - dice George Manning, intervistato nel film - proprio come lo stupro non ha nulla a che fare con il sesso. Solo potere.Sarajevo e Ruanda, sono simili, molto simili." "La ricchezza dell’America, - scrive ancora Giampiero Raganelli - il fatto di essere una potenza, deriva in definitiva dall’aver avuto per buona parte della sua storia una forza lavoro gratuita rappresentata dagli schiavi e ancora oggi mal retribuita e sempre a carico dei discendenti di quegli africani che venivano utilizzati come bestiame. Lo sfruttamento dei neri fa parte del sistema, finanche quando i frequenti guai con la giustizia determinano un flusso di capitale verso gli avvocati, tipicamente bianchi borghesi, esponenti dei quartieri bene. E poi la segregazione continua nel sistema educativo, che vede le scuole occupate da insegnanti perlopiù bianchi e le compagnie assicurative e le istituzioni economiche parallele controllate sempre dai bianchi. Il capitolo giustizia è altrettanto drammatico a partire dalla persona che racconta del fratello ucciso da un poliziotto che, intervenuto in un conflitto lo ha freddato perché istintivamente identificato come il criminale. E le condizioni carcerarie, secondo qualcuno, corrispondono ai campi di cotone di una volta." “Per la mia famiglia e per la stragrande maggioranza dei neri in America, non si va indietro più di due o tre generazioni - dice nel film Cristelle Bowing - Sicuramente non si va oltre la schiavitù, perché quando siamo stati portati qui, ci hanno dato i nomi di altre persone. Come se il mio cognome fosse Bowens, che è un nome tedesco. Per me è sempre stato chiaro che non lo sapevamo davvero, che non abbiamo avuto molte informazioni sulla nostra famiglia, oltre a mia nonna, quindi dobbiamo guardare ad altre famiglie per unire i puntini, per comporre il puzzle. Questo è indicativo per molte persone di colore. Semplicemente non sappiamo chi siamo!” E ancora Giampiero Raganelli : - "Augusto Contento gioca anche con il montaggio a rendere le testimonianze dirompenti, come quando si parla di tortura subito dopo un’immagine di Cristo. O quando cristallizza il tutto nell’immagine di una bandiera americana riflessa in una pozzanghera. Tutto questo succede nella città di Obama, nella roccaforte del Partito Democratico, che è stata meta di tre ondate migratorie della popolazione afroamericana che sfuggiva dagli stati del Sud in cerca di condizioni di vita e di lavoro migliori. Quello che emerge dalle testimonianze di persone comuni fornisce un quadro peggiore di quello che sono soliti descrivere gli intellettuali detrattori del sistema americano, da Gore Vidal a Noam Chomsky, e fa il paio con l’altrettanto impietosa rappresentazione dell’America fornita dal film di quest’anno I Am Not Your Negro di Raoul Peck. E Shadowgram non a caso ha già subito l’ostracismo delle autorità statunitensi che hanno boicottato la prima proiezione del film che avrebbe dovuto tenersi nella sede dell’Alto Commissariato dei Diritti dell’Uomo a Ginevra." Augusto Contento è nato il 22 gennaio 1973 a Lanciano (Chieti). Si occupa della parte artistica e creativa all'interno di Cineparllax. Dal 2000 vive a Parigi. Il suo primo film, "Onibus", ottiene il premio per il miglior documentario al Festival Italiano di Bellaria. Il secondo e il terzo film "Tramas" e "Roads Transparent" sono entrambi selezionati a Locarno e Buenos Aires. "Strade d'acqua" ha aperto il Festival del Cinema di Roma 2012, alla presenza di Mme Danielle Mitterand e ha ottenuto il Patrocinio Mondiale dell'UNESCO. Il suo sesto film "Parallax Sounds" ottiene il premio Ucca al Festival di Torino ed è selezionato al festival Reykiavyk. Con "Red Ashes", nel 2013, è stato invitato per la terza volta al Locarno Film Festival. Nel 2016 ha ultimato due nuovi documentari: Shadowgram e La Stella Oltre il Mulino. Cineparallax Creata nel 2004 a Parigi da Augusto Contento e Giancarlo Grande, Cineparallax (Cineparalleli Hobo Shibumi) è una società di produzione cinematografica indipendente. Negli ultimi quindici anni ha prodotto 14 lungometraggi documentari premiati e selezionati nei maggiori festival cinematografici di tutto il mondo, riconosciuta dalle principali istituzioni come l'UNESCO, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite, i governi italiano, francese, brasiliano, americano. Cineparallax si specializza in coproduzioni internazionali, collaborando con coproduzioni italiane, brasiliane, tedesche, americane, fondi regionali e nazionali, crediti fiscali e sconti fiscali. Per Cineparallax l'indipendenza non significa solo produrre prodotti di nicchia, o essere una società lontana dalle cosiddette major. Significa non seguire gli standard conformisti dei broadcasters. Significa sviluppare linguaggi cinematografici che creano una visione alternativa della realtà. Per Cineparallax il cinema autentico non dovrebbe legittimare la mentalità di un sistema dominante, il potere della moda: deve creare "visioni" e risvegliare l'immaginazione del pubblico. Shadowgram su Rai Storia Shadowgram su mymovies La recensione di Giampiero Raganelli su Quinlan

Prévert a Parigi

Prévert a Parigi

Giovedì 19 dicembre, alle ore 21, Il Teatro del Navile presenta “Prévert a Parigi”. In scena gli allievi attori del primo anno, Katia Baldassano, Maria Francesca Bartoloni, Vincenzo Bonicelli della Vite, Carla Chiappino, Laura Chierico, Tommaso Ferrari, Raffaele Gatto, Sara Giannasi, Claudia Graniero, Annabelle Hinchsliff, Valter Rosa, Diana Sazhnikova Gullotta. Costumi di Sofia Romanova. Scrittura scenica e regia di Nino Campisi. La poesia di Jacques Prévert è un’esplosione di immagini che libera la fantasia e l’immaginazione in uno stile semplice e immediato che si ispira alla lingua parlata e alla vita quotidiana. L’omaggio a Jacques Prévert prende forma a partire dalle citazioni delle sceneggiature dei grandi capolavori cinematografici firmati da Marcel Carné, primo fra tutti “Les enfants du paradis” interpretato da Arletty e da Jean-Louis Barrault, fino a toccare i temi a lui cari: l'amore, la fantasia, la libertà, il sogno, ma anche l'umorismo e la satira contro il potere e l'oppressione sociale. Prévert è stato uno dei poeti francesi più popolari del novecento. Nel 1922 frequenta André Breton, Raymond Queneau, Louis Aragon, Antonin Artaud, ed entra a far parte della corrente dei surrealisti, nel 1928 frequenta la compagnia di teatro Groupe Octobre con cui partecipa all’Olimpiade del teatro di Mosca. Negli anni ‘30 e ‘40 scrive le sceneggiature delle opere che assurgeranno al vertice del cinema francese: "Le crime de Monsieur Lange" (1935) di Jean Renoir, e "Quai des brumes" (1935), "Drôle de drame" (1937), "Le jour se lève" (1939), "Les visiteurs du soir" (1941), "Les enfants du paradis" (1944), "Les portes de la nuit" (1946), tutti per la regia di Marcel Carné. Tra le sue più importanti raccolte di poesie, Parole (1945), La pioggia e il bel tempo (1955), Alberi (1976); in Italia sono state pubblicate anche le antologie: Le foglie morte, Poesie d'amore e Poesie. Prenotazione telefonica allo 051.224243 Prenotazioni On Line Ingresso riservato ai soci: tessera 1,00 – Biglietti: Intero € 10,00 Ridotto studenti: € 8,00. Biglietteria ore 20,30 – Spettacolo ore 21.

Memorie incrociate alla Salaborsa

Memorie incrociate alla Salaborsa

Giovedì 7 novembre, alle ore 17, nella Sala conferenze di Salaborsa, nell’ambito del ciclo di incontri "Narrazioni interculturali", L'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve S. Stefano, fondato nel 1984 dal giornalista e scrittore Saverio Tutino, presenta “Incroci: memorie e memorie di migranti” . Intervengono la direttrice organizzativa della Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano Natalia Cangi, il direttore artistico del Teatro del Navile Nino Campisi, che con Alessia Barrel leggerà alcuni brani di memorie incrociate di emigrati italiani all'estero e di stranieri migranti approdati in Italia. L'introduzione è a cura di Bibliobologna. L'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve S. Stefano, contiene oltre 8.500 tracce scritte che raccontano la vita degli italiani in forma autobiografica. Quello che ne esce è il ritratto intimo di un Paese in continuo divenire: donne e uomini hanno affidato e affidano la propria vita, le proprie speranze, il racconto del vivere quotidiano, a pagine intense che, messe le une accanto alle altre, sono un caposaldo della nostra memoria collettiva. Ingresso libero fino ad esaurimento posti. Incroci: memorie e memorie di migranti Il museo dell'Archivio Diaristico Nazionale

Lezioni di Tai Chi

Lezioni di Tai Chi

Sono aperte le iscrizioni alle Lezioni di Espressione corporea attraverso l'arte del Tai Chi con il Maestro Elio Perrone. Le lezioni si svolgono al Teatro del Navile - Spazio Arte tutti i lunedì dalle ore 18 alle ore 20. PRIMA PARTE: dal 4 novembre al 16 dicembre. Quota di partecipazione per ogni singola lezione: € 20,00 Prima lezione: Lunedì 4 novembre dalle ore 18 alle 20 Registrazione dei partecipanti ore 17,30. Per informazioni: Tel: 051224243 Domanda di Iscrizione Tai chi Quan: arte marziale e scienza dello spirito “Il Tai Chi Quan rappresenta, nell'universo delle discipline relative all'ecologia del corpo e della mente, una stella di prima grandezza. Si tratta di una pratica antichissima, la cui origine si perde nella notte dei tempi della storia cinese; è unica nel suo genere sia come efficace tecnica di autodifesa, sia come forma di meditazione dinamica o come ginnastica psico-energetica. Il termine Tai Chi Quan significa pugilato (Quan) della suprema polarità (Yin/Yang), è una disciplina completa nata dalla filosofia taoista, dalla medicina tradizionale cinese e da sofisticate tecniche di lotta. Si basa su un concetto olistico dell'uomo, e può essere applicata ai molteplici aspetti dell'esistenza portando equilibrio e nuova energia vitale. Tutti i movimenti, fisiologicamente perfetti, essenziali e senza sprechi, rendono la struttura del corpo leggera, agile e forte, sciogliendo ed eliminando contratture e blocchi energetici che molto spesso hanno un'origine psichica: le spalle si rilassano, i dolori al collo, alla schiena e le articolazioni scompaiono. La mente pian piano comincia a prendere coscienza di questo nuovo stato, acquisendo intuito, chiarezza e creatività. Gli antichi maestri
cinesi che hanno creato questa disciplina erano profondi conoscitori della natura e hanno costruito tutta la loro antropologia su una fisiologia energetica estremamente ricca e complessa.” Elio Perrone (Istruttore nazionale CONI), vive a Bologna ed insegna Arti Marziali Cinesi Interne: dopo aver praticato il Karate e altri stili di combattimento, si avvicina alle Arti Cinesi Interne sotto la guida del Maestro Flavio Daniele. • 1986-1993: Accademia Nazionale Wushu Kung Fu. • 1996-2002: Grande Scuola Senza Porta Maestro Gaspare Errigo. • 1997 : Primo e secondo livello Usui System of Reiki Natural. • 2000: Istruttore Karate cintura Nera 1^ Dan. • 2005: Istruttore Taiji Quan stile Chen. • 2008: Istruttore Xing-Yi Quan. • 2012: Istruttore nazionale Coni del benessere, scienze olistiche e Arti orientali. Foto Album

Sono aperte le iscrizioni alla Scuola di Teatro

Sono aperte le iscrizioni alla Scuola di Teatro

Sono aperte le iscrizioni alla Scuola di Teatro diretta da Nino Campisi per le nuove classi di studio. La Scuola di Teatro Nino Campisi riconferma per la stagione 2019-2020 la sua vocazione a un teatro di formazione in grado trasformare gli obiettivi formativi della scuola in una concreta progettualità scenica all’interno del più stimato teatro di produzione di Bologna. Gli allievi attori diplomati della Compagnia Teatro Studio e gli allievi del Corso Propedeutico e del Corso Specialistico ogni anno sperimentano direttamente il loro talento con un pubblico selezionato, diventano i protagonisti della scena artistica del Teatro del Navile e arricchiscono la programmazione culturale della città Bologna. Un accurato studio pratico ed esperenziale della drammaturgia d'autore, unitamente alla messa in scena delle regie storiche e di repertorio di Nino Campisi (tra gli autori classici e contemporanei in particolare Alègre, Anouilh, Lunari, Dario Fo, Stefano Benni, Checov, Genet, Pinter, Pirandello), permette agli allievi di mettersi alla prova direttamente sul palcoscenico. _______ Per gli appuntamenti si prega di telefonare alla Segreteria della Scuola dal lunedì al giovedì dalle ore 16 alle ore 19: Tel.051.224243. I colloqui individuali per le iscrizioni si svolgono dal lunedì al venerdì dalle ore 16 alle ore 19 per appuntamento. Nel corso dei colloqui verrano date tutte le informazioni su programma di studio, orari di frequenza e sui costi di partecipazione. Inizio dei corsi: Martedì 5 novembre ore 20 Corso Propedeutico: tutti i martedì e giovedì dalle 20 alle 22 Corso Specialistico: tutti i lunedì e mercoledì dalle 20 alle 22 Compagnia Teatro Studio: tutti i mercoledì dalle 20 alle 22 Domanda di iscrizione _______ "Nel corretto rapporto etico che si instaura tra attore, autore e regista - insegnante risiede il segreto dell'arte della recitazione, che può essere trasmessa solo a chi sa riconoscerla. In questo territorio le opinioni sono parole al vento e i fatti sono oggetti contundenti contro la stupidità." Nino Campisi leggi anche La formazione dell'attore e la didattica teatrale Un laboratorio sul linguaggio teatrale L'attore creativo di Manuela Foschi ________ LINK UTILI Informazioni La sede storica About student Life

Incontro con Adriano Aprà

Incontro con Adriano Aprà

Incontro con Adriano Aprà, Patrizia Pistagnesi, Piero Spila, Simone Starace. Cinema Trevi, 13 maggio 2015. (Omaggio ad Adriano Aprà.) «Adriano Aprà è nato nel 1940 a Roma, dove vive. Ha scritto dal 1960, dapprima su "Filmcritica", quindi, dal 1966 al 1970, su "Cinema & Film", trimestrale che ha fondato e diretto. Ha scritto successivamente numerosi saggi in libri e riviste italiani e stranieri; ha curato decine di libri sul cinema italiano e internazionale, fra cui "Il mio metodo. Scritti e interviste di Roberto Rossellini", giunto alla terza edizione (Marsilio, 2006) e tradotto in inglese e in giapponese. Ha pubblicato "Per non morire hollywoodian"i (Reset, 1999), "Stelle & strisce. Viaggi nel cinema USA dal muto agli anni '60" (Falsopiano, 2005) e "In viaggio con Rossellini" (Falsopiano, 2006). Negli anni '70 ha codiretto il Filmstudio 70 di Roma. Ha collaborato a vari festival, dirigendo quelli di Salsomaggiore e di Pesaro fra il 1977 e il 1998. Dal 1998 al 2002 ha diretto la Cineteca Nazionale. Dal 2002 al 2008 ha insegnato Storia del cinema italiano all'Università di Roma "Tor Vergata" (www.adrianoapra.it). È stato attore protagonista nel film di Jean-Marie Straub e Danielle Huillet Othon (1969). Ha diretto il lungometraggio di finzione "Olimpia agli amici" (1970), il documentario tv "Girato a Roma. Una città al cinema" (1978), il documentario "Rossellini visto da Rossellini" (1992), i videosaggi "Circo Fellini" (2010), "All'ombra del conformista" (2011) e "La verità della finzione" (2012); insieme a Augusto Contento ha diretto il documentario "Rosso cenere" (2013). Ha co-sceneggiato "La maschera" (1988) di Fiorella Infascelli. Pubblicato da CSC - Cineteca Nazionale il 28 settembre 2015. Critico, saggista, organizzatore culturale, ha fondato e diretto la rivista Cinema e Film. Ha curato libri su André Bazin, Jean-Luc Godard, Raffaello Matarazzo, Andy Warhol, Straub e Huillet, Alessandro Blasetti, Pietro Germi, Roberto Rossellini. Ha diretto il Salso Film & Tv Festival dal 1977 al 1989; dal 1990 al 1998 la Mostra internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, dal 1998 al 2002 la Cineteca Nazionale. Regista del lungometraggio Olimpia agli amici (1970) e del documentario Rossellini visto da Rossellini (1992), è stato anche attore in film di Bernardo Bertolucci (Amore e rabbia, episodio Agonia) e Marco Ferreri (Dillinger è morto e Il seme dell'uomo), Straub e Huillet (Othon) e Francesca Archibugi (Questione di cuore). È stato professore di Storia del cinema italiano all'Università di Roma Tor Vergata dal 2002 al 2008. Nel settembre 2014 ha inaugurato un sito ufficiale che raccoglie una collezione ragionata dei suoi scritti sul cinema. Da Wikipedia