My Items

I'm a title. ​Click here to edit me.

L'Accademia è maggiorenne

di Andrea Camilleri. Tratto da Sipario, N.129, Gennaio 1957. Trascrizione e redazione di Nino Campisi. "Quando Silvio d'Amico fondò, nel 1935, l'Accademia nazionale d’arte drammatica, la tradizione gloriosissima dei "figli d'arte" andava lentamente scomparendo e le scuole di recitazione allora esistenti, private o governative, non erano certamente in grado di preparare le nuove generazioni di attori secondo una concezione moderna nei sistemi e negli intendimenti. D'Amico, fin dagli inizi della sua attività di uomo di teatro, si era preoccupato, con scritti e conferenze, di denunciare questo stato di cose, indicando proprio nella mancanza di un tipo nuovo di attore una delle cause della situazione non felice della nostra scena rispetto a quelle delle altre nazioni: d'Amico auspicava attori professionalmente preparati, colti, educati non al mattatorismo ma alla disciplina dell'insieme, consci della dignità del loro essere attori, informati sulle esperienze straniere. La realizzazione di queste idee D'Amico la conseguì appunto con la creazione dell'Accademia, che trovò sede in una villetta di piazza Croce Rossa, troppo piccola, adesso, per il crescente numero di allievi. Ora, a 21 anni di distanza dalla sua fondazione, si può serenamente affermare che almeno la metà degli attori e dei registi che hanno dato fama internazionale al nostro teatro, sono passati da quelle aule, hanno indossato la tuta marrone di lavoro. Secondo un ordinamento rimasto praticamente immutato, d'Amico volle che all’Accademia si accedesse con un rigido esame, che ai migliori allievi fossero concesse borse di studio rinnovabili di trimestre in trimestre, che i corsi, triennali, fossero due: uno riservato agli attori, l'altro ai registi, facendo obbligo a questi ultimi di seguire anche i corsi di recitazione. Alla cattedra di regia d’Amico chiamò Tatiana Pavlova, mentre i primi insegnanti di recitazione furono Irma Gramatica, Gualtiero Tumiati e Luigi Almirante: segno che d'Amico faceva opera di ammodernamento sì, ma richiamandosi alle migliori tradizioni dell'arte drammatica italiana. Da questo criterio iniziale l'Accademia non si è mai scostata; basta scorrere i nomi degli insegnanti di recitazione che si sono succeduti, oltre ai citati, dal 1935 ad oggi: Carlo Tamberlani, Nera Carini, Rossana Masi, e, ancora in carica, Wanda Capodaglio, Sergio Tofano, Jone Morino; per la dizione del verso, l'indimenticabile Maestro Mario Pelosini tenne la cattedra dal 1936 al 1950 e, alla sua morte, il suo posto fu occupato da Vittorio Gassman, ex allievo, quindi da Annibale Ninchi e, a partire da quest'anno, da Carlo D'Angelo. Alla cattedra di regìa, tenuta dalla Pavlova fino al 1938, andò dal 1938 al 1944 Guido Salvini, salvo il breve periodo in cui insegnò l'ex allieva Wanda Fabro, immaturamente scomparsa. Dal 1944 a tutt'oggi a tale cattedra si trova Orazio Costa, anche lui ex allievo. Per il trucco fu chiamato Gino Viotti, e dopo di lui altri insegnanti sono stati Francesco Sala, Nerio Bernardi, Hilda Petri; per la danza Raja Garosci, per la scherma Valentino Ammannato, per il canto corale prima Maria Labia e poi Cecilia Rocca; per l'educazione della voce Isabella De Grandis Mannucci; per la dizione l'ex allieva Alba Maria Setaccioli; per la storia della musica Guido Pannain. La cattedra di storia del teatro fu occupata da Silvio d'Amico per dieci anni, e dalle sue lezioni ebbe origine la sua vasta Storia del teatro Drammatico in quattro volumi. Poi la cattedra fu affidata a Luigi Ronga, cui sono succeduti Achille Fiocco prima e Niccolò Gallo dopo. I frutti di un così qualificato corpo di insegnanti, le cui lezioni erano unitariamente coordinate dall'indirizzo impresso da d'Amico, si cominciarono a constatare già dall'estate del 1937 quando, nel centenario di Giotto, la Accademia mise in scena all'aperto un Mistero della Natività, Passione e Resurrezione di Nostro Signore, ricomposto da D'Amico su laudi del XIII e XIV secolo, con regia della Pavlova e scene di Virgilio Marchi, insegnante di scenotecnica e storia del costume. Fu un successo memorabile, che doveva rinnovarsi nel 1938-39, allorchè l'Accademia fece un giro artistico a Roma, Milano, Ginevra e Lugano con Re Cervo di Gozzi messo in scena da Sandro Brissoni, Urfaust di Goethe da Wanda Fabro, La Pesca di O'Neill da Riccardo Aragno (poi passato brillantemente al giornalismo) e Questa sera si recita a soggetto di Pirandello da Ettore Giannini. Le impressioni che questi spettacoli suscitarono possono essere sintetizzate in una frase del critico del Journal de Genève : «Se Copeau si fosse trovato ieri alla Comédie, credo che avrebbe pianto di gioia». Ma la consacrazione unanime si ebbe nel 1940, quando d'Amico formò e diresse quella «Compagnia della Accademia» che fu un altissimo esempio di stile e di intelligenza. Diamo un'occhiata ai registri: Antonio Battistella, Alberto Bonucci,Tino Buazzelli, Manlio Busoni, Vittorio Caprioli, Leonardo Cortese, Antonio Crast, Giorgio De Lullo, Gabriele Ferzetti, Vittorio Gassman, Renzo Giovampietro, Nino Manfredi, Glauco Mauri, Marcello Moretti, Paolo Panelli, Antonio Pierfederici, Gianni Santuccio, Giancarlo Sbragia, Mario Scaccia, Gianrico Tedeschi, Aroldo Tieri... Apriamone un altro: Edda Albertini, Edmonda Aldini, Stella Aliquò, Marina Bonfigli, Flora Carabella, Miranda Campa, Giusi Dandolo, Elena Da Venezia, Rossella Falk, Giovanna Galletti, Fulvia Mammi, Anna Miserocchi, Ave Ninchi, Lea Padovani, Bice Valori... Un altro ancora: Flaminio Bollini, Alessandro Brissoni. Adolfo Celi, Orazio Costa, Mario Ferrero, Claudio Fino, Ettore Giannini, Mario Landi, Luciano Mondolfo, Vito Pandolfi, Luciano Salce, Eugenio Salussolia, Ottavio Spadaro, Luigi Squarzina, Pietro Masserano Taricco... L’elenco potrebbe continuare, ma rischierebbe di diventare una copia di un annuario teatrale. Abbiamo scelto solo nomi notissimi al gran pubblico del teatro, del cinema, della radio, della televisione. Ce ne sarebbero altri da aggiungere, di giovani o meno giovani, i quali si affermano ogni giorno di più. Basterebbe solo questo elenco a dimostrare l’attivo dell'Accademia, ma in verità l’importanza dell'Accademia trascende l'opera svolta singolarmente da ognuno dei suoi ex allievi nell'ambito del teatro. Il merito dell'Accademia consiste anche, e forse soprattutto, nelle nuove energie che ha saputo, direttamente o indirettamente, suscitare, nelle iniziative che ha promosso, in alcuni esemplari spettacoli impensabili senza l'apporto dei suoi attori e dei suoi registi (il mirabile Poverello di Jaques Copeau messo in scena da Orazio Costa a San Miniato ne fu un lampante esempio), nel rinnovamento che ha portato sulle scene, fatto di dignità, rigore, intelligenza e cultura, nell'aver favorito l'avvento di nuovi autori, di nuovi organismi teatrali. Tanto per fare un esempio, i Piccoli Teatri non avrebbero potuto sorgere e prosperare senza il fertile terreno preparato dall'Accademia. Il sempre maggiore interesse che l'Accademia suscita presso i giovani aspiranti attori di tutte le parti d'Italia, è meglio dimostrabile con le cifre che con le parole. Dal 1935 al 1945 si iscrissero, complessivamente, all'Accademia 79 registi e 422 attori. Dal 1945 al 1956 gli allievi ammessi sono stati 312, i diplomati 109. Bisogna però tener conto che non tutti gli allievi si diplomano, alcuni preferiscono entrare in arte prima del termine dei corsi. Di contro, le domande di ammissione sono state, dal 1945 al 1956, ben 1053, toccando la punta massima nel 1953-54 con 166 domande, delle quali solo 35 accolte. Dal dopoguerra, la punta massima di attori diplomati si è avuta nel 1955-56: 18. Anche questa cifra è significativa, dimostrando come soltanto gli allievi più selezionati raggiungono il traguardo finale; la maggior parte preferisce abbandonare dopo aver saggiato la severità, il rigore degli studi. I quali, come si è detto, si dividono in due corsi. Per gli attori, dalla educazione della voce, dagli esercizi di mimica e di dizione, si arriva gradatamente alla recitazione di piccole scene, improvvisate su tema obbligato, e quindi alla vera e propria interpretazione di autori moderni e classici. Nei saggi pubblici di recitazione, che ordinariamente si svolgono nello «Studio Eleonora Duse» di Via Vittoria gli attori, con scenografie sommarie, ma perfettamente truccati e abbigliati, rappresentano, con la guida dei loro maestri, brevi scene da commedie. Per gli allievi registi, il cui corso triennale comprende anche l'insegnamento particolare della storia del teatro, della storia della musica, della scenotecnica e della storia del costume, le lezioni di regia sono teoriche e pratiche. Nei saggi di regia, l'allievo di secondo anno mette in scena lavori non superiori a un atto; l'esame di diploma comporta invece la regia di opere drammatiche in più atti, in un normale teatro, con l'impiego dei colleghi attori. Tutti i principali autori di ogni secolo o tendenza si può dire siano stati rappresentati nei 21 anni di vita dell'Accademia. Già fin da ora fervono le prove all'Accademia, che di d'Amico adesso porta giustamente il nome e della quale Raul Radice fu nominato, poco prima della morte di d'Amico, Direttore e attualmente è commissario straordinario con poteri di Presidente, dei tre saggi di regìa che il pubblico e la critica romana saranno chiamati a giudicare fra qualche mese. Wilda Ciurlo, la prima allieva regista che si diplomi dal 1938, anno in cui Wanda Fabro diede il suo saggio finale, curerà la regìa di Nostra Dea di Bontempelli. I due gemelli veneziani di Goldoni eTurcaret di Lesage, saranno rispettivamente messi in scena da Giuseppe Borrelli e Mario Missiroli. Intanto gli allievi registi di secondo anno studiano già gli atti unici che dovranno presentare come saggi. Abbiamo voluto chiedere alla allieva regista del primo anno, Giuliana Ruggerini, laureata in legge, che cosa pensasse dell'Accademia. Ci ha risposto: «Si sa che per l'esercizio di una professione non basta la preparazione teorica, e forse questo è il problema più grave che si pone attualmente in campo scolastico; d'altra parte all'università, per esempio, non si diventa oggi né medici né avvocati, tutt'al più si impara qualcosa di diritto e di medicina e l'addestramento pratico alla professione si fa dopo, fuori, a spese dei clienti. Ho visto invece nell'Accademia una scuola capace di contemperare gli insegnamenti teorici con gli insegnamenti e le prove pratiche. E, adesso che la frequento, mi piace considerarla, come un vero banco di prova, dove sia possibile anzitutto far esperimento delle proprie capacità ». È intervenuto a questo punto Gian Carlo Dettori, allievo attore di terzo anno, che il pubblico milanese ha avuto modo di conoscere al «Convegno» di Enzo Ferrieri. Dettori si è voluto rifare a recenti polemiche sorte intorno all'Accademia, per controbattere alcune «osservazioni fatte all'indirizzo dell'Accademia, fra cui risalta l'appunto secondo il quale gli attori dell'Accademia e soprattutto i Maestri, che in essa insegnano, non ricercano negli allievi le due linee di interpretazione, che in genere un attore dovrebbe avere, e cioè: quella drammatica e di poesia e quella comica e brillante del teatro borghese. Io personalmente non ho mai capito come si possa cadere in questo errore di valutazione nel giudizio. È evidente che spesso i giovani attori hanno una spontanea predilezione per il drammatico, e nel mio caso era proprio così: all'inizio dei miei studi credevo assolutamente di non riuscire nel comico. La prova che i nostri maestri indirizzano anche in quel senso sta nel fatto che io quest'anno reciterò come saggio di chiusura dei tre anni di corso, un testo comico, sempre si intende di un vero teatro di poesia: I due gemelli veneziani di Goldoni. È chiaro che questa non è che la conclusione di uno studio relativo, e non una improvvisazione accademica». «Un'altra esperienza fondamentale in Accademia — ha aggiunto l'allievo Antonio Meschini, anche lui del terzo anno — è il rendersi conto dei rapporti che intercorrono fra attore e regista. Il nostro lavoro è sempre lavoro di collaborazione e di intesa, e quindi di avvicinamento alle idee altrui, e nel medesimo tempo, allenamento inteso nel senso moderno della parola». «Uno dei meriti dell'Accademia, e non l'ultimo — ha tenuto a sottolineare Borrelli, che aveva appena terminato le prove di I due gemelli veneziani— è nella possibilità data a tutti gli allievi, in base al particolare ordinamento scolastico, di estrinsecare, di comunicare agli altri, fin dai primi giorni di studio, tutta la propria personalità in evoluzione (o no), cosicché al corpo insegnanti, ma più precisamente a tutta la collettività Accademica, è reso possibile cogliere più o meno nel vivo il senso di evoluzione e di perfezionamento in atto in ognuno dei giovani allievi, così da individuarne il giusto, o più valido, senso artistico, o la sua possibilità, e indirizzarlo verso uno studio per una conclusione o definizione la più probabile. In definitiva l'allievo studia in una comunità, nel suo complesso tecnica, e ne subisce certamente l'influsso, senonché, a conti fatti, l'Accademia pur restando nei propri schemi, nei propri metodi, ormai sperimentati a sufficienza, finisce con l'essere essa stessa influenzata, determinata, di volta in volta, dalle varie espressioni dei singoli e della comunità. Questo è, secondo me, un punto fondamentale nell'ordinamento di questa scuola d'Arte. E voglio precisare ancora che ciò che io ho creduto di notare non avviene solo in virtù di un metodo — sebbene questo esista ed è la cosa fondamentale — bensì la mia è una impressione conclusiva basata sull'esperienza diretta. Avendo ora vissuto personalmente questa esperienza, mi sarebbe difficile specificare meglio come tutto ciò avvenga, come possa stabilirsi questo «senso d'arte» e di responsabilità». Questa «moderna scuola nazionale di arte scenica», quel «centro che fosse di preparazione insieme tecnica e culturale» (sono parole di d'Amico), trova, nelle parole dei suoi allievi attuali, la ragione della sua necessità, l'affermazione della sua indiscutibile validità. Andrea Camilleri Tratto da Sipario, N.129, Gennaio 1957. Trascrizione e redazione di Nino Campisi. Andrea Camilleri giunge alla popolarità dalla fine degli '90 grazie alla serie televisiva di Rai 1 "Il commissario Montalbano", dopo una grande carriera di regista e insegnante. Come regista teatrale debutta giovanissimo nel 1942. Nel 1944 si iscrive alla facoltà di Lettere e Filosofia a Palermo, ma non consegue la laurea. Nel 1945 pubblica racconti e poesie ed è tra i finalisti del Premio Saint Vincent. Nel 1949 viene ammesso, unico allievo regista per quell'anno, all'Accademia nazionale d'arte drammatica, e si diploma nel 1952. Da allora mette in scena come regista più di cento opere, soprattutto di drammi di Luigi Pirandello. Pubblica racconti e poesie, vincendo anche il Premio Saint Vincent. Alcune sue poesie vengono pubblicate in un'antologia curata da Giuseppe Ungaretti. Scrive i suoi primi racconti per riviste e per quotidiani come L'Italia socialista e L'Ora di Palermo. Nel 1958 è il primo a portare Samuel Beckett in Italia con "Finale di partita"che debutta al Teatro del Satiri di Roma, e cura una versione televisiva con Adolfo Celi e Renato Rascel. A Camilleri si devono anche le rappresentazioni teatrali di testi di Ionesco (Il nuovo inquilino nel 1959 e Le sedie nel 1976), Adamov (Come siamo stati in prima assoluta in Italia nel 1957), e i poemi di Majakovskij nello spettacolo Il trucco e l'anima. Camilleri ha insegnato al Centro sperimentale di cinematografia di Roma dal 1958 al 1965 e poi dal 1968 al 1970; è stato titolare della cattedra di regia all'Accademia nazionale d'arte drammatica dal 1977 al 1997. Inoltre ha scritto per il teatro su riviste italiane e straniere (Ridotto, Sipario, Il dramma, Le thèâtre dans le monde). Nella foto: Lo scrittore, sceneggiatore, regista, drammaturgo e insegnante italiano Andrea Camilleri intento a leggere, seduto sul divano preferito della sua abitazione. Roma, 1998.

Il gesto eroico di Antigone

di Maria Antonietta Adamo. "E tutta quell’infanzia che non ebbi,
mi giunge come in onda d’allegria
chi fui è un enigma
chi sarò è visione
chi sono è ciò che sente il cuore" Con questi versi di Pessoa si potrebbe rappresentare la figura di Antigone e riassumerne il destino. Era appena una bambina spensierata nella sua reggia a Tebe quando un’indicibile verità squarciò il velo della realtà e un’ immane tragedia si abbatté e travolse la sua famiglia: il re Edipo, colui che la piccola amava e venerava come padre, era anche suo fratello! Edipo aveva sciolto l’enigma della Sfinge, osando sfidare la divinità che, per vendetta, lo aveva spinto a consumare l'inconsapevole incesto con la propria madre Giocasta generando quattro figli, tra i quali Antigone. Sotto gli occhi di questa bambina si compie la vendetta del Fato: la madre non regge al dolore ed alla vergogna e si dà la morte; Il padre/fratello si acceca con le sue stesse mani quasi a voler cancellare, almeno dalla vista quell’abominio. La crudele scoperta fa scempio dei suoi affetti, le viene strappato il tempo dell’infanzia: cresce in fretta Antigone, indossando l’abito di una lunga intimità con il dolore ma, nel contempo, cresce in lei l’amore. Il padre, ormai cieco e folle, abbandona la reggia per una vita raminga, esule migra dalla sua terra se non riesce a migrare dal suo dolore. Antigone, senza esitare, sceglie di restargli accanto e lo accudisce e lo accompagna nel suo itinerario peregrino, sino alla morte, dinanzi alle soglie della reggia di Colono, in Attica. La legge del cuore governa i passi di questa fanciulla anzitempo assennata. Alla morte del padre, ritorna alla reggia di Tebe ove governa lo zio Creonte.
E, ancora una volta, la sorte la inchioda ad una scelta difficile: i suoi due fratelli sono morti in una guerra fratricida e Creonte, il sovrano interprete fedele del potere, impone che solo uno dei due, Eteocle, possa avere gli onori della sepoltura. L’altro, Polinice, reo di aver combattuto contro la patria, dovrà restare insepolto sulla nuda terra alla mercé di avvoltoi e sciacalli. Antigone non ha esitazioni, la sua coscienza la guida a sfidare il potere della tirannia pur quando si manifesti con leggi scritte. Sceglie la disobbedienza nel nome della legge eterna ed immutabile della pietas, dell’amore che sa ciò che è bene come un marchio sul cuore. Accompagna il corpo del fratello alla sepoltura, strappandolo all’infelice condizione di non vivo-non morto e consentendogli così di varcare la soglia del passaggio. Con fierezza è pronta a soccombere alle leggi della violenza e della sopraffazione, ma vince sul tiranno che la condanna a morte, con la sua purezza ed innocenza. Finirà i suoi giorni in un antro nella solitudine e nell’abbandono, lei sì senza conforto e sepoltura. Un archivio di memorie è il suo struggente e poetico testamento di fragilità e forza d’animo: il gesto eroico di una giovane donna che si trasforma in un atto politico individuale e collettivo. Maria Antonietta Adamo Nella foto: Lytras Nikiforos - Antigone e Polinice.

Antigone - Poesia contro la tirannia

di Nino Campisi. Apparso con un eclatante successo sulle scene francesi nel 1932 con l’Hermine (ispirato a Delitto e castigo di Dostoevskij), anche Jean Anouilh, dopo Gide, Giradoux e Cocteau, si dedica alla riscrittura della tragedia antica e fa dell’Antigone una tragedia moderna reinterpretando il mito greco. La storia è sostanzialmente quella di Sofocle ma con i riferimenti temporali attualizzati a un’epoca contemporanea. Antigone diventa così una eroina dei tempi moderni che rifiuta ogni compromesso e si oppone alle ragioni del potere, qualsiasi esse siano, che sacrifica la sua giovinezza per un ideale. Se è vero, come suggerisce Mario Trombino, che il mito della tragedia è universale, mentre la Storia ci parla di eventi particolari, è anche vero che la tragedia nel suo essere universale parla anche di noi, qui e ora. Anouilh con la sua Antigone parlava soprattutto ai suoi contemporanei. Rappresentata nel 1944 al Théâtre de l’Atelier per la regia di André Barsacq, in una Parigi ancora occupata dai tedeschi, l’Antigone di Anouilh suscitò reazioni contrastanti. Gli opposti inconciliabili di Antigone e Creonte, rappresentati sulla scena di un teatro freddo e male illuminato, scatenarono la polemica di un dialogo impossibile tra collaborazionisti e resistenti. Di fronte a quel tentativo di attualizzazione della tragedia bisognava schierarsi, e uscire alla scoperto, dichiararsi a favore o contro l’esercizio dispotico del potere. I collaborazionisti videro in Creonte il rappresentante di un realismo politico che non si preoccupava della moralità, e nell’Antigone una "terrorista" votata a un sacrificio inutile e addirittura controproducente. Al contrario, i resistenti videro in Antigone la figura dell’eroina che con il suo sacrificio trionfa sul tiranno. Gli impermeabili di cuoio nero con cui Barsacq aveva vestito le guardie, fortemente somiglianti a quelli della Gestapo, comunque non lasciavano dubbi. E anche se il testo, presentato alla censura nel 1941, aveva ricevuto il visto delle autorità tedesche, Barsacq fu convocato d’urgenza dall’ufficio della propaganda tedesca per chiarimenti. Gli fu intimato di sospendere le repliche dello spettacolo. Non fece in tempo a ubbidire, infatti il 13 agosto del 1944 tutti i teatri parigini furono chiusi. Gli americani erano sbarcati in Normandia. Una settimana dopo Parigi era già libera. Antigone, dunque, è un’opera del periodo buio, scritta nel momento in cui la Francia subisce la sconfitta dalle armate naziste e cade sotto l’occupazione tedesca. Nel 1942 Anouilh vive a Parigi, una città militarmente occupata dopo la sconfitta del 1940 e l’armistizio. La Terza Repubblica è stata abolita e rimpiazzata dallo Stato francese sotto la guida del maresciallo Pétain. La Francia è divisa in più parti. Mentre lavoravo alla regia ripercorrevo i tragici avvenimenti di quegli anni, dalla disfatta di Dunkerque nel 1940, all’attentato contro il futuro primo ministro Pierre Laval, ad opera di Paul Collette, il 27 agosto del 1941. Il carattere eroico e sacrificale della resistenza, colto nella sua genesi, in quel gesto apparentemente isolato di Paul Collette, che metteva a nudo la disperazione e lo sbandamento in cui era precipitata la Francia, aveva ispirato Anouilh nel riscrivere la tragedia, attualizzandola. E a dire di no, e a immolarsi al sacrificio è l’Antigone. Ma già nel personaggio e nelle ragioni del tiranno Creonte, si potevano riconoscere sia il dittatore contemporaneo sia le spietate leggi del nuovo stato. Nino Campisi Nella foto: Creonte e Antigone interpretati da Jean Davy e Monelle Valentin. Parigi, Théâtre de l’Atelier, 1944.

Antigone di Anouilh

L’Antigone di Jean Anouilh è l’opera nella quale l’autore realizza nel clima del più ardente modernismo il teatro leggendario e mitico dell’immortale lezione antica. di Lorenzo Gigli
Tatto da Il dramma, anno 22, 1 marzo 1946.
Trascrizione e redazione di Nino Campisi Jean Anouilh è una rivelazione del 1932: la sua commedia L'Hermime, al Teatro dell'Oeuvre, lo trasse di colpo dall'o­scurità. A noi egli giunge con Antigone, la sua stazione prov­visoria, il suo trampolino per domani. Tra questi due capo­saldi si dispiegano sei o sette commedie, di varia fortuna, che costituiscono un repertorio originale e classificano Anouilh ad un posto d'onore nella nuova drammaturgia di Parigi. Oggi egli ha suppergiù trentacinque o trentasei anni (è nato a Bordeaux), ha tatto collezione di successi, e di un paio di tonfi; s'è sentito dichiarare dalla critica una genea­logia che parte da Sofocle, passa per Marivaux e arriva a Shaw, a Pirandello e a Giraudoux, e non rifiuta nulla, né ascendenti lontani né maestri prossimi, anzi protesta la pro­pria fede nei loro insegnamenti perché in lui non c'è stoffa d'ingrato. Giraudoux è sui suoi altari non meno dei tragici antichi, Siegfried lo incantò ch'era ancora adolescente. Si è parlato per Anouilh di istinto del teatro. Nato bravo, insomma, distinguibile tra i pochi chiamati per il suo dono nativo - peccato di giovinezza - di sciogliere bruscamente o brutalmente i più complessi problemi di psicologia e di società. Hermine L'Hermine è quasi un programma, una tesi. Scandalizzò, e divenne famosa, la battuta del protagonista, ragazzo po­vero, che vuol preservare ad ogni costo il proprio amore dalle necessità meschine, dalla mediocrità e dalle umiliazioni. “Il mio amore è troppo puro per poter fare a meno del denaro... Voglio circondarlo con una barriera di denaro... ». Codesta barriera egli la costruisce con un delitto. E il dramma, «desinit in piscem», darebbe nel giallo se non tosse il grido finale della donna per cui il ragazzo è giunto a tanto. Comunque, la sorpresa fu tale — la sorpresa d'un ritorno ro­mantico nel clima intellettualistico o cinico del teatro del­l’immediato anteguerra — che il nome d'Anouilh corse da un giorno all'altro i «boulevards » e le redazioni, e l’autore, ieri ignoto, fu portato sugli scudi. Ultimo della generazione tra due guerre, Anouilh, influenze scontate, non somiglia a nes­suno. Lavora sul mito della dolce Antigone sofoclea, sintesi delle più alte qualità morali della donna d’ogni tempo, e ne ricava un modello aggiornato di eroina del dovere fino al sacrificio e della libertà in opposizione alle terree esigenze della politica e della ragion di Stato. Poesia contro la tirannia Creonte è il tiranno di sempre, Antigone l'ideale e la poesia. Che un'antitesi simile si possa porre nell'Europa lacerata da tanti orrori e premuta da tante angosce, è giustificato dal prezzo ch'essa ha pagato per salvarsi: milioni di Antigoni s'immolarono per servire i supremi valori umani, e resero possibile la sconfitta, sul piano spirituale prima che su quello militare, di spaventose dottrine materialistiche am­mantate di “realpolitik” e di filosofia arbitrante tra la verità e il suo contrario. Ma l'averla posta può significare che la letteratura di Anouilh è ad una svolta, e non la sua soltanto: e che bisognerà cominciare a dare alle folle uscite a salvamento dalla catastrofe, e tuttavia percosse e attonite e non convinte che il peggio sia passato e tutto non debba venir rimesso in giuoco, altre formule e altri paradigmi, i quali tengano conto dell'esperienza storica di due gene­razioni e postulino la necessità della tragedia nel teatro dell'ordine nuovo. Prima dell’Antigone Quello appena di ieri (l’Anouilh del '33-39, “Man­darine”, “Y’ avait un prisonnier”, “Le voyageur sans bagages”, “La Sauvage”, “Le rendez-vous de Senlis.”..) sgretolava dal di dentro l'edificio conservatore e borghese contro il quale s’era esercitata per diverti­mento, a fior di pelle, la commedia scettica del prin­cipio del secolo, scimmia allo specchio che rideva di sé. E' chiaro che ormai, a crollo in atto, i mezzi non possono essere che rapidi e radicali, l'amarezza e il sarcasmo non bastano più. Si tratta di chiedere i conti, anche se tutti dobbiamo pagarli, senza discrimi­nazioni: di mettere ogni classe davanti alle proprie responsabilità. Se qualcuno trova che Creonte ha ra­gione, lo dica. Già gli Dei dell'Olimpo lo punirono per la sua disumanità e gli riempirono la casa di cadaveri. E Sofocle lo confina contro una muraglia che non crolla, perché la puntella lo spirito: da mi­gliaia di anni vi si fracassano la testa i despoti, i guerrieri, i conquistatori, i carnefici; e si ritorna sem­pre da capo. Da un teatro di rivolta, un teatro di fatalità. Il ciclo si chiude, anche se non crediamo ai ricorsi del Vico. Si torna alla lezione antica, alla leggenda e al mito. Euridice e Antigone sono i due titoli ultimi di Anouilh. Antigone Antigone, o il diritto di dire no. Quanti fratelli d'Antigone nel mondo appena uscito dal bagno di sangue! I Creonti sono caduti dai piedistalli, ma il loro fiato avvelena tuttora la terra. «Si chiama An­tigone, e bisogna che reciti la sua parte sino in fondo... ». Buon per noi ch'essa non diserti, che tenga la consegna, anche se spoglia di quegli attributi di maestà e di decoro che l'antichità dava alla donna: alta, eretta, bellissima, come le eroine d'Omero. L'An­tigone di Anouilh è diversa, è una magrolina ner­vosa, un po' stramba, che nessuno in famiglia prende sul serio: ma all'ora giusta come si ergerà sola con­tro il tiranno in nome della persona umana! Ismene, sua sorella, invece, è un altro tipo, diversa, bionda, esuberante, felice di vivere. Eppure Emone, il figlio di Creonte, s'è innamorato di Antigone, vuole sol­tanto Antigone, e quand'essa viene condannata de­cide di morire con lei. Tutta materia che è nella tra­gedia greca (precisiamo: in Sofocle; perché Euripide complicò e romanzò a suo talento il mito e fece vi­vere Antigone e comparire poi un figlio di lei e di Emone: proprio quel figlio non nato di cui discorrono insieme i due fidanzati in una delle scene più belle di Anouilh); la materia è dunque quella della tra­dizione. Anouilh accetta Antigone dalle mani di So­focle, rompe l'atmosfera intorno con qualche venti­cello di ironia e di anacronismo, modernizza tuniche e pepli, ma lascia incorrotta l'anima. Antigone re­spira col grande soffio classico. E' viva nella figura tradizionale, la femminilità incarnata, e quando si appresta a morire il cuore quasi le manca, e il rim­pianto di ciò che lascia e non vedrà più, da Emone ai fiori e al suo piccolo cane, la tiene. Un'eroina umana, non una superdonna. E sbagliò l’Alfieri che la mandò alla morte altera e sdegnosa, e cadde nel falso per esaltarla oltre misura. Eroina d'un'altra tempra e d'un altro metro, meno giovane di quella di Anouilh, che appunto adopera la giovinezza come arma - l’ingenuità, il candore, la fede della giovinezza - e vince morendo. Né si faccia conto esagerato dell'ammodernamento anouilhiano del mito. Creonte in abito da so­cietà, Antigone in bianco coi lunghi guanti neri. Isme­ne abbigliata e profumata da Chanel, sono espedienti che non ingannano: la parodia non esiste, neppure nel dialogo delle guardie della reggia, forse prolisso per il nostro gusto (sarebbero bastate quattro bat­tute, un paio d'allusioni; così com'è, cade nel ba­nale, strappa risatine a buon mercato). Il pericolo, se mai, è un altro. Che si equivochi sul significato del sacrificio di Antigone, che lo si sottragga in as­soluto alla «pietas » per renderlo all'individualismo ostinato e orgoglioso della protagonista. La scena tra lei e Creonte dopo l'arresto è una chiave a molti denti, difficile ingranarla bene. Creonte nel proibire di dar sepoltura al cadavere di Polinice ha obbedito alla propria coerenza di despota, che identifica con l'interesse personale le leggi e la patria. I motivi ai quali egli ricorre per smontare la resistenza di An­tigone sono quelli eterni di tutte le tirannidi: bisogna prendere atto della realtà, accettarla com'è, inserirvisi, non vale la pena di opporsi, in nome di con­cetti astratti, la libertà non esiste, la giustizia è una farsa, l'uguaglianza un trucco, ecc. ecc. Cerca di­ dimostrarlo alla sconsigliata, vuol dargliene le prove: Polinice era un fior di mascalzone, non credeva in nulla, spregiava quegli ideali per i quali Antigone vorrebbe morire. La rivelazione la colpisce, ma non la ferma. «Siamo di quelli che vogliono andare tino in fondo » — dice pensando a suo padre Edipo — «fin dove non resta più la minima possibilità di spe­ranza. Siamo di quelli che le saltano addosso, quando la incontrano, alla vostra speranza, alla vostra cara speranza, alla vostra sporca speranza ». E va a mo­rire perché sia salva almeno la personalità umana. E tutti sono ora in pace, commenta il coro, «tutti quelli che dovevano morire sono morti. Quelli che credevano una cosa e quelli che credevano il con­trario. Anche quelli che non credevano niente e si sono trovati coinvolti nella faccenda senza capire niente. E quelli che ancora vivono incominceranno dolcemente a dimenticarli e a confondere il loro nome. E' finita... ». Davvero non sapremmo vedere nel rifiuto di An­tigone di adattarsi alla pessima morale del tiranno un irrigidimento paradossale della sua coscienza. Dalla «pietas » essa ripiega forzatamente sulle intime esigenze della sua morale individuale, e respinge la mediocre felicità che le viene offerta, anche a costo di sembrare assurda. Il conflitto non potrebbe avere soluzione diversa. Antigone sarebbe Antigone anche se Creonte avesse ragione. Anouilh gliela dà? Non ultimo coefficiente per giudicare è la data della tra­gedia, scritta sotto l'occupazione tedesca, nel terri­bile anno '44, quando i Creonti e i loro complici im­peravano ancora su tre quarti del continente. Comunque non è questa la risposta che c'inte­ressa; e neppure ci interessa la scala dei valori filosofici che la tragedia esprime. Il terzetto Anouilh - Camus - Sartre, che rinnova le atmosfere del teatro francese, sta alle teoriche dell'esistenzialismo come il teatro di Pirandello stava a quelle del relativismo. Mode che passano, la nuova scaccia l'antica, ogni generazione ha la sua. I Sei personaggi vivono per altri motivi, non sono acquisiti alla storia della filo­sofia, ma alia storia dell'arte. Come “Le Malentendu”, come “Huis dos”, come “Antigone”. La commozione che prende il lettore alle ultime scene ha radici poe­tiche, tocca sentimenti profondi. Il merito di Anouilh è qui, in questo risultato ultimo, che supera ogni dialettica ed ogni equivoco. Egli personifica in Anti­gone e in Creonte — un Creonte che ha letto Hegel — i due termini di un contrasto che non sarà mai risolto. E se alla sua tragedia manca Tiresia, il veggente, si è che la sua profezia sarebbe superflua. Ma la giovinetta Antigone, tenuta per mano da un poeta, è il vero messaggio di Anouilh: un messaggio di grazia e di dolcezza, da giustificare il ricordo delle parole di Shelley: «Ciascuno di noi, in una vita an­teriore, ha amato un'Antigone ». Lorenzo Gigli Tatto da Il dramma, anno 22, 1 marzo 1946. Trascrizione e redazione di Nino Campisi Image: Antigone - Enzo Frateili, 1946 (Particolare) - Immagine di copertina - Il Dramma 01.03.1946

Prévert a Parigi

Giovedì 19 dicembre, alle ore 21, Il Teatro del Navile presenta “Prévert a Parigi”. In scena gli allievi attori del primo anno, Katia Baldassano, Maria Francesca Bartoloni, Vincenzo Bonicelli della Vite, Carla Chiappino, Laura Chierico, Tommaso Ferrari, Raffaele Gatto, Sara Giannasi, Claudia Graniero, Annabelle Hinchsliff, Valter Rosa, Diana Sazhnikova Gullotta. Costumi di Sofia Romanova. Scrittura scenica e regia di Nino Campisi. La poesia di Jacques Prévert è un’esplosione di immagini che libera la fantasia e l’immaginazione in uno stile semplice e immediato che si ispira alla lingua parlata e alla vita quotidiana. L’omaggio a Jacques Prévert prende forma a partire dalle citazioni delle sceneggiature dei grandi capolavori cinematografici firmati da Marcel Carné, primo fra tutti “Les enfants du paradis” interpretato da Arletty e da Jean-Louis Barrault, fino a toccare i temi a lui cari: l'amore, la fantasia, la libertà, il sogno, ma anche l'umorismo e la satira contro il potere e l'oppressione sociale. Prévert è stato uno dei poeti francesi più popolari del novecento. Nel 1922 frequenta André Breton, Raymond Queneau, Louis Aragon, Antonin Artaud, ed entra a far parte della corrente dei surrealisti, nel 1928 frequenta la compagnia di teatro Groupe Octobre con cui partecipa all’Olimpiade del teatro di Mosca. Negli anni ‘30 e ‘40 scrive le sceneggiature delle opere che assurgeranno al vertice del cinema francese: "Le crime de Monsieur Lange" (1935) di Jean Renoir, e "Quai des brumes" (1935), "Drôle de drame" (1937), "Le jour se lève" (1939), "Les visiteurs du soir" (1941), "Les enfants du paradis" (1944), "Les portes de la nuit" (1946), tutti per la regia di Marcel Carné. Tra le sue più importanti raccolte di poesie, Parole (1945), La pioggia e il bel tempo (1955), Alberi (1976); in Italia sono state pubblicate anche le antologie: Le foglie morte, Poesie d'amore e Poesie. Prenotazione telefonica allo 051.224243 Prenotazioni On Line Ingresso riservato ai soci: tessera 1,00 – Biglietti: Intero € 10,00 Ridotto studenti: € 8,00. Biglietteria ore 20,30 – Spettacolo ore 21.

Memorie incrociate alla Salaborsa

Giovedì 7 novembre, alle ore 17, nella Sala conferenze di Salaborsa, nell’ambito del ciclo di incontri "Narrazioni interculturali", L'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve S. Stefano, fondato nel 1984 dal giornalista e scrittore Saverio Tutino, presenta “Incroci: memorie e memorie di migranti” . Intervengono la direttrice organizzativa della Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano Natalia Cangi, il direttore artistico del Teatro del Navile Nino Campisi, che con Alessia Barrel leggerà alcuni brani di memorie incrociate di emigrati italiani all'estero e di stranieri migranti approdati in Italia. L'introduzione è a cura di Bibliobologna. L'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve S. Stefano, contiene oltre 8.500 tracce scritte che raccontano la vita degli italiani in forma autobiografica. Quello che ne esce è il ritratto intimo di un Paese in continuo divenire: donne e uomini hanno affidato e affidano la propria vita, le proprie speranze, il racconto del vivere quotidiano, a pagine intense che, messe le une accanto alle altre, sono un caposaldo della nostra memoria collettiva. Ingresso libero fino ad esaurimento posti. Incroci: memorie e memorie di migranti Il museo dell'Archivio Diaristico Nazionale

Lezioni di Tai Chi

Sono aperte le iscrizioni alle Lezioni di Espressione corporea attraverso l'arte del Tai Chi con il Maestro Elio Perrone. Le lezioni si svolgono al Teatro del Navile - Spazio Arte tutti i lunedì dalle ore 18 alle ore 20. PRIMA PARTE: dal 4 novembre al 16 dicembre. Quota di partecipazione per ogni singola lezione: € 20,00 Prima lezione: Lunedì 4 novembre dalle ore 18 alle 20 Registrazione dei partecipanti ore 17,30. Per informazioni: Tel: 051224243 Domanda di Iscrizione Tai chi Quan: arte marziale e scienza dello spirito “Il Tai Chi Quan rappresenta, nell'universo delle discipline relative all'ecologia del corpo e della mente, una stella di prima grandezza. Si tratta di una pratica antichissima, la cui origine si perde nella notte dei tempi della storia cinese; è unica nel suo genere sia come efficace tecnica di autodifesa, sia come forma di meditazione dinamica o come ginnastica psico-energetica. Il termine Tai Chi Quan significa pugilato (Quan) della suprema polarità (Yin/Yang), è una disciplina completa nata dalla filosofia taoista, dalla medicina tradizionale cinese e da sofisticate tecniche di lotta. Si basa su un concetto olistico dell'uomo, e può essere applicata ai molteplici aspetti dell'esistenza portando equilibrio e nuova energia vitale. Tutti i movimenti, fisiologicamente perfetti, essenziali e senza sprechi, rendono la struttura del corpo leggera, agile e forte, sciogliendo ed eliminando contratture e blocchi energetici che molto spesso hanno un'origine psichica: le spalle si rilassano, i dolori al collo, alla schiena e le articolazioni scompaiono. La mente pian piano comincia a prendere coscienza di questo nuovo stato, acquisendo intuito, chiarezza e creatività. Gli antichi maestri
cinesi che hanno creato questa disciplina erano profondi conoscitori della natura e hanno costruito tutta la loro antropologia su una fisiologia energetica estremamente ricca e complessa.” Elio Perrone (Istruttore nazionale CONI), vive a Bologna ed insegna Arti Marziali Cinesi Interne: dopo aver praticato il Karate e altri stili di combattimento, si avvicina alle Arti Cinesi Interne sotto la guida del Maestro Flavio Daniele. • 1986-1993: Accademia Nazionale Wushu Kung Fu. • 1996-2002: Grande Scuola Senza Porta Maestro Gaspare Errigo. • 1997 : Primo e secondo livello Usui System of Reiki Natural. • 2000: Istruttore Karate cintura Nera 1^ Dan. • 2005: Istruttore Taiji Quan stile Chen. • 2008: Istruttore Xing-Yi Quan. • 2012: Istruttore nazionale Coni del benessere, scienze olistiche e Arti orientali. Foto Album

Sono aperte le iscrizioni alla Scuola di Teatro

Sono aperte le iscrizioni alla Scuola di Teatro diretta da Nino Campisi per le nuove classi di studio. La Scuola di Teatro Nino Campisi riconferma per la stagione 2019-2020 la sua vocazione a un teatro di formazione in grado trasformare gli obiettivi formativi della scuola in una concreta progettualità scenica all’interno del più stimato teatro di produzione di Bologna. Gli allievi attori diplomati della Compagnia Teatro Studio e gli allievi del Corso Propedeutico e del Corso Specialistico ogni anno sperimentano direttamente il loro talento con un pubblico selezionato, diventano i protagonisti della scena artistica del Teatro del Navile e arricchiscono la programmazione culturale della città Bologna. Un accurato studio pratico ed esperenziale della drammaturgia d'autore, unitamente alla messa in scena delle regie storiche e di repertorio di Nino Campisi (tra gli autori classici e contemporanei in particolare Alègre, Anouilh, Lunari, Dario Fo, Stefano Benni, Checov, Genet, Pinter, Pirandello), permette agli allievi di mettersi alla prova direttamente sul palcoscenico. _______ Per gli appuntamenti si prega di telefonare alla Segreteria della Scuola dal lunedì al giovedì dalle ore 16 alle ore 19: Tel.051.224243. I colloqui individuali per le iscrizioni si svolgono dal lunedì al venerdì dalle ore 16 alle ore 19 per appuntamento. Nel corso dei colloqui verrano date tutte le informazioni su programma di studio, orari di frequenza e sui costi di partecipazione. Inizio dei corsi: Martedì 5 novembre ore 20 Corso Propedeutico: tutti i martedì e giovedì dalle 20 alle 22 Corso Specialistico: tutti i lunedì e mercoledì dalle 20 alle 22 Compagnia Teatro Studio: tutti i mercoledì dalle 20 alle 22 Domanda di iscrizione _______ "Nel corretto rapporto etico che si instaura tra attore, autore e regista - insegnante risiede il segreto dell'arte della recitazione, che può essere trasmessa solo a chi sa riconoscerla. In questo territorio le opinioni sono parole al vento e i fatti sono oggetti contundenti contro la stupidità." Nino Campisi leggi anche La formazione dell'attore e la didattica teatrale Un laboratorio sul linguaggio teatrale L'attore creativo di Manuela Foschi ________ LINK UTILI Informazioni La sede storica About student Life

Shadowgram su Rai Storia

Cineparallax ha il piacere di annunciare che sabato 14 settembre su Rai Storia alle 22h40 andrà in onda il film documentario Shadowgram, diretto da Augusto Contento e prodotto da Giancarlo Grande, all'interno del prestigioso programma Documentari d'Autore. Il film, vincitore del Visioni dal Mondo Film Festival 2017 e presentato in anteprima mondiale al Montreal Festival du Nouveau Cinéma e all'Arlington, Boston Film Festival, ha ottenuto l'Alto Patrocinio dell'UNESCO - La Via degli Schiavi e il supporto dell'Alto Commissariato dei Diritti dell'Uomo nel 2017. Nel 2019, col Comune di Milano, il film è stato presentato all'interno dell'evento "La bellezza che salva: Milano-Chicago, ponte di bellezza solidale". Shadowgram racconta i desideri, i sogni e le battaglie quotidiane dei cittadini afroamericani del South Side di Chicago. Sentiamo la loro voce direttamente, senza passare attraverso il filtro della voce delle istituzioni. Il cuore dell'America Nera ha tanto da dirci. Ma quello che noi sappiamo di questa immensa comunità è spesso filtrato da finti reportage su violenza, sport, musica. Gli attuali cambiamenti sociali in Italia, in Europa e in tutto il mondo, e gli sbarchi di esseri umani dal sud del mondo, dimostrano che la questione dell'integrazione sociale e della parità di diritti sta diventando una chiave di comprensione della nostra società. Shadowgram è uno strumento perfetto per analizzare la nostra contemporaneità. Per informazioni e screening Giancarlo Grande giancarlo@cineprallax.com T. +33.6.19.23.00.54 Cineparallax Cineparallax al Teatro del Navile

Figura materna

“Figura materna” è il primo dei cinque episodi di “Confusioni” (1976), una delle commedie di Alan Ayckbourn più rappresentate nel mondo. Lucy, abbandonata dal marito, non esce mai di casa, non si lava, non si veste e accudisce un numero imprecisato di bambini. La vicina di casa Rosemary va a farle visita, per portarle notizie da parte del marito che sta cercando di contattare la moglie telefonicamente, ma senza riuscirci. Rosemary e il marito, Terry, cercano di capire le ragioni dello strano comportamento di Lucy, fino a quando essi stessi non vengono redarguiti più volte e trattati da bambini. Il comportamento materno di Lucy pone fine ai continui diverbi dei due vicini, che torneranno a casa mano nella mano. Atto unico presentato nell'ambito di “Work in Progress”, il laboratorio di produzione della Scuola di Teatro Nino Campisi, con Chiara Angelini, Elisa Rosati, Silvia Strambi, con la partecipazione straordinaria di Alessandro Fanti. Aiuto regia Alessia Barrel, scrittura scenica, adattamento e regia di Nino Campisi. Teatro del Navile, 27 - 28 giugno 2019 Foto album

L'orso di Anton Cechov

Fra gli atti unici di Anton Cechov, "L'orso" spicca per brillantezza ed effetto scenico. I personaggi, tratteggiati abilmente da Cechov nella loro complessità psicologia e caratteriale, vengono a trovarsi in situazioni assurde a causa delle proprie convinzioni e di imprescindibili questioni di principio, e, in preda a emozioni forti e contrastanti, passano senza neanche rendersene conto dall’odio all’amore e viceversa. I personaggi: Elena Ivanovna Popova, una vedova inconsolabile che da un anno ormai si è rinchiusa in casa a piangere il marito morto; Luka, un vecchio servitore che inutilmente cerca di distrarre la vedova dal lutto, (Ljuba nell'adattamento di Nino Campisi) e Grigorij Stephanovic Smirnov, ex tenente di artiglieria in congedo e proprietario terriero. La bella Elena Ivanovna Popova ha giurato che dopo la morte del marito non uscirà più da casa, trasformata ormai in una specie monastero, e non vedrà più il mondo. Quando l'ex ufficiale di artiglieria Smirnov va dalla Popova per riscuotere un debito contratto dal marito, il rifiuto di lei a pagare e la volontà di lui ad esigere quanto dovuto scatenano un dialogo concitato, che presto degenera in un duello fra la vedova e l'ex ufficiale. La determinazione della donna a sfidarlo alla pistola fa capitolare il misogino Smirnov che si innamora perdutamente della vedova. Teatro del Navile Giovedì 27 e venerdì 28 giugno 2019 “Work in Progress”, due atti unici con gli allievi attori della Scuola di Teatro. In scena Chiara Angelini, Laura Astarita, Gaetano Maglio, Elisa Rosati, Silvia Strambi, con la partecipazione straordinaria di Alessandro Fanti. Aiuto regia Alessia Barrel, scrittura scenica, adattamento e regia di Nino Campisi. Foto Album

La natura del peccato

il Teatro del Navile presenta "La natura del peccato" di Maurizio Corrado, con Alessia Barrel, Ana Bisbal, Camilla Cordelli, Pietro Del Pia, Tommaso Grassano. Una regia di Nino Campisi. - Sai che c’è una medusa che se volesse potrebbe essere immortale? Quando è in una situazione di forte stress ritorna bambina. Turritopsis nutricula, si chiama. Lei ha la sua vita normale, fa figli, invecchia, ma se ha un grosso spavento torna indietro fino a ridiventare piccola piccola, una neonata, e ricomincia la sua vita, una vita nuova, capisci? Potenzialmente è un essere immortale. - Ma non lo è. - È questo che volevo sapere. Perché non lo è? Perché non sceglie di essere immortale? Perché preferisce vivere e morire come tutti noi? Qual è la vera natura del peccato? L’attenzione dei personaggi si focalizza su azioni che non hanno fatto, atti mancati per paura, risentimento, distrazione, fino a mettere in luce una verità scomoda: “Non è quello che facciamo, è quello che non facciamo” il vero peccato contro la vita. Un’atmosfera sospesa, un luogo indefinibile che potrebbe avere le caratteristiche del limite, uno spettacolo dove si alternano momenti di tensione a dialoghi serrati e colpi di scena. Una produzione Compagnia Teatro del Navile, Compagnia Teatro Studio, Scuola di Teatro Teatro del Navile Giovedì 6 e venerdì 7 giugno 2019

Image: Sachiko Yanamoto in "Yabu no naka" di Akutagawa Riunosuke

Una regia di Nino Campisi 

Una produzione Teatro Del Navile - Scuola di Teatro Nino Campisi